"UNA SERENA PAROLA DEL VESCOVO DI BIELLA"

 

Fin dal giorno del suo insediamento a Biella, avvenuto il 19 marzo 1937, il vescovo Carlo Rossi aveva assunto nei confronti del fascismo una posizione moderata e prudente, che lo aveva portato ad intrattenere con le autorità locali rapporti cordiali e di reciproco rispetto.

 

 

L’entrata in guerra dell’Italia indusse però il presule biellese a mutare atteggiamento e a esaminare con occhio sempre più critico lo svolgersi degli eventi.

 

Meritano senza dubbio di essere ricordate la netta presa di posizione contro la campagna propagandistica antibritannica promossa dal Regime all’insegna dello slogan «Dio stramaledica gli inglesi», che sulla Rivista Diocesana di novembre 1941 mons. Rossi definì una «invocazione blasfema […] diametralmente opposta allo spirito del Vangelo […] supremamente antieducativa», aggiungendo di non ritenere né «necessario né utile per un vero sentimento patriottico far discendere ad odio personale quello che [era] amore agli interessi del proprio Paese, consapevolezza dignitosa dei diritti e dei bisogni del proprio popolo».

 

E la lettera pastorale per la Quaresima del 1943 (intitolata "Di fronte alla tragedia") in cui il vescovo affermò di non poter far altro «che pensare con tremore al terribile conto che, davanti alla Giustizia divina, e anche davanti alla storia umana, [avrebbero dovuto] rendere coloro su cui [pesava] la tragica decisione della guerra e il suo proseguimento, qualora non avessero fatto tutto quello che era dignitosamente possibile per scongiurarla, e che non [avessero fatto] tutto quello che [era] coscienziosamente possibile per una onorevole conclusione che [salvasse] il salvabile».

 

 

La notizia delle dimissioni di Mussolini e l’immediato sfaldamento dell’apparato fascista non poterono quindi non suscitare nell’animo di mons. Rossi un senso di sollievo e di speranza, sentimenti che il vescovo esternò dalle pagine de "il Biellese".

 

Riportiamo di seguito il passo più significativo della lettera "Una serena parola del Vescovo di Biella", pubblicata sul numero del 27 luglio 1943: «La nostra fede ci insegna a vedere in tutte le vicende umane la mano di Dio, che guida gli eventi. E come non la vedremmo nei fatti, tanto gravi di conseguenze che segnano l’ora attuale? Non è nostro compito, ora, giudicare, criticare, condannare persone e cose del recente passato. Sarebbe poi affatto contrario al senso cristiano lasciarsi trascinare a sfoghi di vendette. Ma a noi è lecito, nell’eccezionale momento, rallegrarci che sia stata risolta una condizione di cose che ci avviliva e ci soffocava: e gioire nella speranza che la nuova situazione sia veramente migliore. Ma per noi è soprattutto doveroso, come cristiani, pregare molto, perché i Capi, a cui sono affidate le sorti della Patria, abbiano tanta saggezza e tanto potere da guidarla alla feconda ripresa e alla vera prosperità; è doveroso, come cittadini, dare il nostro contributo attivo, coscienzioso, fervido alla ricostruzione delle fortune d’Italia, nelle vie dell’ordine, della disciplina, del lavoro, e nel senso serio del dovere».