L'IMBOSCATA DI CURINO 8 MAGGIO 1944

(Versione rivista e ampliata dell'articolo pubblicato su La Nuova Provincia di Biella del 09.05.2012)

 

Nella primavera del 1944 le formazioni partigiane biellesi (riunite nella 2ª brigata d’assalto Garibaldi), duramente provate dagli scontri avvenuti durante l’inverno, stavano lentamente riorganizzando le proprie fila.

 

I rastrellamenti compiuti a febbraio e marzo da tedeschi e fascisti avevano costretto i garibaldini ad abbandonare le basi sulle montagne, difficilmente difendibili, e ad insediarsi nelle zone collinari del Biellese; la capacità offensiva dei reparti era limitata dalla quasi totale mancanza di armamento pesante, indispensabile per tentare assalti alle colonne autotrasportate e ai presidi fascisti dislocati sul territorio.

 

A tutto ciò si aggiungeva, ha sottolineato Pierfrancesco Manca, «la presenza capillare delle forze armate repubblicane […] un nemico attento e abile che, sfruttando il periodo di assenza dei partigiani, aveva saputo tessere una pericolosa rete di informatori nei paesi delle valli e intendeva impegnarsi nello sforzo finale per liquidare il ribellismo».

 

Il reparto fascista più agguerrito e spietato nel condurre la lotta antipartigiana in quei primi mesi del 1944 si era rivelato il 63° battaglione "M" della legione "Tagliamento", comandata dal 1° Seniore (poi promosso Console) Merico Zuccari, già protagonista della feroce repressione del dicembre 1943 a Borgosesia, Crevacuore e Cossato.

 

 

Alla fine di aprile il comandante del distaccamento "Pisacane", Francesco Moranino "Gemisto", mosse con una trentina di uomini dalle basi situate in Valsessera in direzione della Serra: l’obiettivo era riallacciare i contatti con il comando della 2ª brigata dopo diverse settimane di isolamento.

 

Con una lunga marcia attraverso i territori di Sostegno, Roasio, Brusnengo, Mottalciata e Salussola, la squadra raggiunse Bornasco.

 

Nel piccolo villaggio sulla Serra ai primi di maggio i rappresentanti delle formazioni partigiane biellesi (tra i quali figurava lo stesso Moranino) parteciparono ad alcune riunioni operative con l’inviato della delegazione delle brigate garibaldine piemontesi, Francesco Scotti; tra i temi trattati ci fu «l’adeguamento della struttura militare delle formazioni alla nuova situazione, adeguamento che prevedeva la costituzione di battaglioni, come struttura intermedia tra i distaccamenti e la brigata» (Claudio Dellavalle).

 

 

Al termine degli incontri "Gemisto" decise di recarsi nuovamente nel Biellese orientale per informare i compagni colà rimasti sulle nuove direttive.

 

Prima affidò al suo vice Annibale Giachetti "Danda" il compito di prendere posizione con metà degli uomini sulla zona collinare a nord del lago di Viverone per compiere azioni di disturbo e sabotaggio; poi scelse personalmente i dodici garibaldini che avrebbero affrontato con lui il viaggio di ritorno:  

Elio Fontanella "Lince" e Adriano Boero "Don Chisciotte", entrambi di Strona,

Erio Botti "Maciste" di Cilavegna,

Ladis Lessio "Gavetta" di Vercelli,

Sante Favaro "Fido" di Trivero,

Enrico Maucci "Fudretta" di Ivrea,

Dino Giucopuzzi "Teresa" di Verona,

Luigi Dalle Tezze "Verdura" di Roasio,

e infine il gruppo di Crevacuore,

Pierino Angelo Vercellina "Ghepeù",

Benvenuto Terzo Zoppis "Peppino"

e i fratelli Battista e Carlo Calvi, "Tito" e "Pio Percopo".

 

 

In quei giorni di inizio maggio i legionari di Zuccari, evidentemente informati sui movimenti dei partigiani e decisi a catturare Moranino, stavano costantemente pattugliando la Valsessera.

 

L’attivismo fascista è documentato dal Diario storico – militare del 63° battaglione:

 

Giovedì 4 maggio: «Intense azioni di pattuglie effettuate dalla 1a Cp.[Compagnia, di stanza a Pray] […] Alle ore 23 partono due squadre al comando dell'Aiutante Fiorineschi con il compito di sorprendere e distruggere la banda di Gemisto segnalata all'Alpe Panin» (l’incursione si risolse però in un nulla di fatto, in quanto «i banditi non erano più nella zona segnalata»).

 

Sabato 6 maggio: «Una pattuglia al comando del CM.[Capomanipolo, equivalente al grado di tenente] De Mattei travestita da partigiani si reca nella località di Flecchia onde sorprendere alcuni favoreggiatori dei banditi. L'azione non ha dato esito».

 

Domenica 7 maggio: «Parte una pattuglia della 1a Cp. al comando del SCM. Schianchi Sergio, tutti vestiti in abito civile, per rastrellare la zona di Curino».

 

 

La squadra di "Gemisto", partita nel tardo pomeriggio di domenica 7 maggio, raggiunse il territorio di Curino intorno alle ore due del mattino del giorno successivo, dopo sette ore di cammino.

 

Spossati dalla lunga marcia, i partigiani trovarono riparo all’interno del fienile di una delle cascine di Canton Sasso e convennero di trascorrere lì l’intera giornata: sarebbero ripartiti solo al calare della sera.

 

 

Alle prime luci dell’alba, mentre il grosso della pattuglia si dedicava alla pulizia delle armi (cinque mitra inglesi "Sten" e sette fucili; Moranino, il cui pollice della mano destra era stato fratturato da una pallottola, disponeva solo di una pistola e di una bomba a mano), "Lince", "Tito" e "Teresa" furono inviati in esplorazione nei cantoni limitrofi.

 

A San Martino i tre incontrarono una staffetta appartenente ad una squadra del "Pisacane" che operava nella zona: «Ad essa – precisò Moranino nella Relazione redatta diciassette giorni dopo i fatti di Curino – avevano dato un biglietto notificante la nostra presenza e quella del Comandante del Btg. fissando altresì un appuntamento con il comandante della squadra per le ore 20 del medesimo giorno in località San Martino […] Scopo dell’appuntamento era l’esame della situazione nella zona - che nessuno della nostra squadra conosceva bene - e l’impartizione di disposizioni per un rientro alla “base" od una ulteriore permanenza o per un eventuale cambiamento di zona».

 

All’ora convenuta, "Gemisto" si presentò insieme ad altri tre partigiani nel luogo dell’appuntamento: «[…] attendemmo fino verso le ore 21 e nessuno venne. Decidemmo di tornarcene indietro e di spostarci in serata per poter riprendere alle prime ore del mattino la marcia verso la base del Btg.».

 

 

Per comprendere le ragioni del mancato incontro è utile confrontare le note del Diario del 63° Battaglione "M" con quanto dichiarato da Moranino nella sua Relazione.

 

Riporta il Diario dell’8 maggio: «Due staffette inviate dal SCM. [sottocapomanipolo, equivalente al grado di sottotenente] Schianchi comandante della pattuglia della 1a Cp. uscita ieri, avvertono il comando presidio di Pray, che l'ufficiale suindicato ha preso contatto con una banda di ribelli insieme alla quale, secondo l'accordo, doveva attaccare la notte Pray. Il CM. De Mattei invia immediatamente un plotone al comando del SCM. Mazzoni il quale prende contatto con il SCM. Schianchi ed insieme decidono di tendere un'imboscata ai banditi con i quali era fissato il convegno. Questa imboscata non è possibile in quanto i banditi, per ragioni ignote, non arrivano sul posto del convegno. Il SCM. Mazzoni decide di perlustrare la località di S. Maria di Curino sempre molto frequentata dai banditi». 

 

Le «ragioni ignote» cui fa cenno il compilatore fascista sono chiarite da Moranino: «La mattina del giorno 8 maggio una nostra squadra - quella alla quale avevamo dato appuntamento - incontra nella trattoria incriminata [in frazione Santa Maria, nella quale sarebbe avvenuta l’imboscata] 4 partigiani che si dicono sbandati durante le operazioni fasciste contro Moscatelli: sono armati di "mitra" e vestono abiti borghesi come noi. Uno dei nostri riconosce in loro un repubblicano: avverte il capo squadra - Comm. Pol. “Giuseppe" [Dario Minero] - della cosa e consiglia di disarmarli e giustiziarli. Il capo squadra pondera la cosa e non disarma i 4 per paura che qualcuno dei nostri rimanga ferito. Anzi i 4 con[c]ertano con i nostri un attacco contro i fascisti in una località della Valsessera. I nostri alla sera non si recano all’appuntamento fissato con loro per le ore 21 ma nemmeno si preoccupano di avvertire altre squadre di cui conoscono la presenza nella zona e noi inconsapevolmente cadiamo nella imboscata che si poteva evitare».

 

 

Sfumato l’abboccamento con gli altri garibaldini del "Pisacane", Moranino e la sua squadra decisero di proseguire per la Valsessera e si avviarono verso la frazione più elevata di Curino, Santa Maria.

 

Giunti nei pressi dell’abitato poco prima delle 22, i garibaldini intravidero nell’oscurità la sagoma di una persona alla quale intimarono di fermarsi: l’uomo però si dileguò nella boscaglia: «[…] immediatamente tre o quattro dei nostri […] iniziavano una battuta nella zona che dava esito negativo. Si riprendeva allora la marcia con circospezione».

 

Poco dopo i tredici partigiani incontrarono un’anziana donna che stava attingendo acqua dalla fontana situata nei pressi delle prime case della frazione: «[…] chiedemmo se aveva notato il passaggio di qualche persona: essa ci rispose affermativamente chiarendo che si trattava di un innocuo alpigiano che si recava a casa propria in una frazione più in alto. Insistemmo nel chiedere se c’erano novità nel paese e se si potevano trovare sigarette ed un po’ di vino per noi. Ricevemmo ancora risposta affermativa e l’assicurazione che tutto era normale».

 

"Gemisto" inviò allora "Lince", "Tito" e "Gavetta" a reperire viveri e tabacco allo spaccio cooperativo e con i restanti nove uomini si recò nell’unica osteria presente a Santa Maria, quella gestita da Silvio Locca, sull’uscio della quale si sistemò di sentinella "Ghepeù", armato di mitra Sten.

 

 

Rievocando in un manoscritto datato 1965 (ma rimasto inedito fino al 1984) quanto accaduto a Curino la sera dell’8 maggio 1944, Moranino fornì una descrizione particolareggiata del locale: «La sala, modestissima, è ampia. Su due lati si aprono tre o quattro finestre; su un terzo una porticina. In mezzo, lunghi rozzi tavoli di legno chiaro, con accanto solide panche della stessa misura. Sul fondo, vicino ad una porta che dà su una cucina, il bancone con dietro uno scaffale sul quale sono allineate alcune dozzine di fiaschi e bottiglie impolverate. Al centro del soffitto, annerito dal fumo di una stufa a legna e da quello di generazioni di fumatori di sigaro "toscano", appesa ad una treccia, accanto cui penzola una carta moschicida, c’è una lampada. Sormontata da un piatto smaltato che schiaccia la luce sul pavimento di pianelle. Fra due finestre, su una mensolina rococò, un apparecchio radio antidiluviano».

 

All’interno dell’osteria erano presenti, oltre al titolare, l’anziana madre e un altro avventore; i partigiani si rivolsero all’oste chiedendo alcune pagnotte, salame, formaggio e qualche fiasco di vino.

 

L’uomo non fece obiezioni ma non riuscì a nascondere la preoccupazione: «L’oste annuisce. Non apre bocca: su un paio di occhi buoni e chiari si legge la paura. Paura di chi? La donnetta va avanti e indietro nervosa. Che abbiano paura di noi? Paura dei partigiani? Non è possibile: questa è una zona sicura. Gente laboriosa è questa, ospitale, antifascista. Ma allora di che cosa saranno preoccupati?».

 

La risposta non tardò ad arrivare.

 

 

«Bloccate tutte le entrate del paese – è annotato sul Diario del 63° Battaglione – il SCM. Schianchi, che già conosce la località, si porta all'altezza dell'osteria sulla porta della quale vigila un bandito contro il quale l'ufficiale apre il fuoco uccidendolo. Nasce una violenta sparatoria tra i legionari ed un gruppo di 13 banditi comandati dal Gemisto che si trovano nell'osteria. Al rumore della sparatoria anche il SCM. Mazzoni si porta sotto con i suoi uomini».

 

Pierino Vercellina "Ghepeù", che stava montando la guardia all’esterno dell’osteria, riuscì a sparare solo una raffica di mitra all’indirizzo degli assalitori fascisti prima di cadere a terra colpito a morte; gli altri componenti del gruppo, allarmati dal rumore degli spari, non ebbero il tempo di reagire: «Nello spazio di pochi secondi – raccontò Moranino nel testo del 1965 – sui davanzali di tutte le finestre compaiono, scarne braccia minacciose, le canne bucherellate dei "breda" [i fucili mitragliatori in dotazione ai reparti della GNR]: vomitano un valanga di fuoco».

 

La situazione per gli uomini all’interno del locale volse subito al peggio: «Fido e Peppino cadono per primi crivellati dai colpi. Piombiamo tutti a terra: bocconi, appiattiti contro le pianelle del pavimento. Calvi [Carlo, "Pio Percopo"], con i tre civili, è al riparo dietro il solido bancone foderato di lamiera, per ora al sicuro. Noi dietro alle panche che abbiamo rovesciato buttandoci al suolo».  

 

 

I fascisti, supportati anche da una mitragliatrice pesante T43, per venti minuti crivellarono di colpi l’osteria, uccidendo "Fudretta" e "Teresa"; a "Gemisto" e ai suoi quattro compagni superstiti, "Pio Percopo", "Verdura", "Maciste" e "Don Chisciotte", si presentò un’unica possibilità: «[…] una sortita a colpi di mitra e bombe a mano. “Meglio venderla cara questa nostra pelle e subito, fuori dall’uscio, all’aria aperta, faccia a faccia, che correre il rischio di lasciarcela bucare da una pallottola di rimbalzo fra mezz’ora …” ironizziamo amari».

 

Nei concitati attimi che seguirono, "Verdura", "Maciste" e "Don Chisciotte" rimasero uccisi durante il tentativo di fuga, mentre Carlo Calvi riuscì a dileguarsi nel buio scavalcando «il davanzale di una finestra e svuotando sui fascisti l’ultimo caricatore».

 

Moranino, dopo aver lanciato una bomba a mano, si precipitò nell’angusto cortile dell’osteria e da lì nella via principale: «Imbocco un vicolo strettissimo e dopo alcuni metri incappo in una rete di filo spinato […] Torno indietro e riprendo a correre: sbocco nuovamente nel vicolo principale dove i repubblichini sparano tutti assieme, all’impazzata. Accelero ancora l’andatura […] una raffica mi raggiunge alle gambe, una vampata di calore mi sale alla gola. In attesa di crollare, continuo a correre. Sono ferito, perdo sangue: ma nessuna parte vitale deve essere lesa. Non ci sono più case ormai. Mi butto alla mia sinistra, fra i cespugli e rotolo per una ripida scarpata erbosa di qualche centinaio di metri. Al fondo c’è un torrentello. Immerso fino all’inguine nell’acqua diaccia, lo attraverso; e riprendo faticosamente a salire …».

 

 

Come gli uomini all’interno dell’osteria, anche i tre partigiani che si erano recati presso la rivendita di tabacchi (situata a qualche decina di metri dalla locanda), "Lince", "Tito" e "Gavetta", furono investiti da una pioggia di proiettili.

 

Battista Calvi "Tito" affidò nel dopoguerra alle pagine di "Baita" la ricostruzione di quei drammatici momenti: «Il padrone della bottega [Giovanni Pagliazzo] ci assicurò che avrebbe fatto il possibile per accontentarci, ma aveva appena finito di parlare, quando una raffica di mitra ci mise all’erta. Non ci volle molto a capire quello che era successo, eravamo attaccati e bisognava raggiungere gli altri. Ci guardammo in faccia e poi d’un balzo raggiungemmo la porta ed uscimmo all’aperto. Non potevamo raggiungere la bettola […] e cercammo allora un riparo che ci consentisse di difenderci e di poter dar noia col nostro fuoco ai repubblichini».

 

La scarsità di munizioni impedì ai garibaldini una difesa efficace; i fascisti rivolsero contro di loro il fuoco della mitragliatrice, costringendoli a cercare rifugio all’interno dello spaccio.

 

"Gavetta" propose di tentare la fuga gettandosi nella boscaglia: «Disapprovai il suo piano ma egli impaziente si buttò nella notte in mezzo alle raffiche che sibilavano da tutte le parti».

 

Il partigiano vercellese riuscì comunque nel suo intento.

 

 

Poco dopo "Lince" fu colpito e cadde a terra rantolante; rimasto solo e a corto di munizioni, "Tito" fu preso dallo sconforto e si rassegnò a subire la stessa sorte.

 

 

Quando i fascisti tentarono di portarsi nei pressi del negozio, il giovane partigiano originario di Crevacuore trovò comunque la forza per tentare un’ultima resistenza e afferrò il mitra del compagno morto: «Nell’ombra ancora fitta vidi avvicinarsi strisciando tre ombre nere, non esitai, strappai dalle mani del povero Lince il mitra e puntai verso di loro e feci fuoco. Al mio fuoco risposero grida e raffiche di mitra e pesante che scrostarono il muro dietro il quale mi riparavo, riempiendomi gli occhi di calcinacci».

 

"Tito" si inerpicò allora sulla scala che conduceva al piano superiore «per cercar rifugio in qualche camera, o tentare di uscire dalle finestre. Era però impossibile uscire, la casa era circondata ed allora decisi di entrare in una camera. Spinsi con violenza una porta ed entrai. Mi sedetti in un angolo per cercare di trovare il mezzo che avrebbe potuto salvarmi […] Venne a distogliermi dai miei pensieri tristi lo scoppio di una bomba a mano lanciata contro la finestra dai repubblichini che circondavano la casa».

 

 

Avvicinatisi nuovamente all’abitazione, i fascisti rinvennero il cadavere di "Lince"; la loro attenzione fu però attirata dai numerosi bossoli disseminati tutt’intorno, troppi per provenire da una sola arma: realizzarono immediatamente che qualcun’altro dovesse ancora trovarsi all’interno.

 

Procedendo con circospezione, due legionari salirono la scala e in breve raggiunsero la camera in cui si era rifugiato "Tito": «[…] sentii la maniglia stridere e la porta aprirsi. Due briganti neri si affacciarono alla porta e indietreggiarono vedendomi. Dopo aver spianato il mitra contro di me mi intimarono di alzare le mani. Eseguii passivamente i loro ordini. Essi si avvicinarono e cominciarono a perquisirmi spogliandomi di tutto».

 

Durante la perquisizione della stanza, i militi fascisti trovarono il mitra del garibaldino nascosto sotto un letto: «[…] ficcandomelo sotto il naso mi chiesero di chi era. Risposi che era mio e che tutte le munizioni le avevo sparate contro di loro. Mi arrivò allora addosso una scarica tale di pugni che non posso descrivere. Dopo che ebbero sfogata tutta la loro rabbia mi rialzarono da terra e mi portarono dal tenente, il quale appena mi vide senza nulla dire o chiedere mi assestò un tremendo calcio al ventre che mi stese a terra. Fu quello il segnale che i briganti attendevano. Si precipitarono tutti addosso a me come furie, persi allora conoscenza […]».

 

 

Mentre il garibaldino giaceva a terra privo di sensi, i fascisti arrestarono l’oste Silvio Locca e il gestore dello spaccio Giovanni Pagliazzo; il sottotenente Mazzoni inviò poi una staffetta al comando della 1ª Compagnia a Pray, per informare il tenente De Mattei dell’esito dell’operazione.

 

Dal piccolo borgo della Valsessera giunsero due camion: sul primo furono sistemati i legionari feriti durante il conflitto a fuoco (il milite Renzo Baraldi era rimasto ucciso), sul secondo i due prigionieri.

 

 

A "Tito", risvegliato bruscamente con una secchiata di acqua gelida, i fascisti intimarono di osservare i cadaveri dei compagni morti e di indicare quale di essi fosse quello di Moranino: «Venni condotto sul posto e una visione terrificante si presentò ai miei occhi. Erano là i miei compagni col corpo straziato dai colpi, in un lago del generoso sangue che non avevano esitato a versare per la loro idea. Mio fratello [Carlo Calvi, "Pio Percopo"] e Gemisto non erano però fra loro […] Quando i repubblichini seppero questo andarono su tutte le furie, il tenente si mise a urlare e a ingiuriare i suoi giannizzeri».

 

Il partigiano del "Pisacane", che a stento si reggeva in piedi, fu quindi condotto al camion su cui si trovavano Locca e Pagliazzo: dal momento che non era in grado di salire a bordo con le sue sole forze, i fascisti lo afferrarono e lo scaraventarono «come un sacco» sul cassone.

 

 

Intorno alle sei del mattino arrivò a Curino il tenente De Mattei.

 

L’ufficiale fascista pretese immediatamente dal sottotenente Mazzoni il rapporto sull’azione: contrariato dalla mancata cattura di Moranino, investì il suo subalterno con «ogni sorta di insulti»; poi, avvicinatosi ai prigionieri, chiese chi fossero: «Il civile che si accompagnava al De Mattei – testimoniò Silvio Locca al processo celebratosi nel 1952 a Milano a carico degli ufficiali della "Tagliamento" – lo informò che si trattava del magazziniere, al che De Mattei si rivolse al Pagliazzo dicendo “ah, vigliacco sei tu il magazziniere!”. E immediatamente estrasse la pistola sparando tre colpi verso il Pagliazzo uccidendolo».

 

Il comandante della 1ª Compagnia si rivolse poi a "Tito": «[…] dopo aver saputo che ero di Crevacuore quella belva umana mi disse che mi avrebbe impiccato al mio paese ed avrebbe così dato una esemplare lezione».

 

 

La minaccia dell’ufficiale fascista non ebbe però seguito.

 

Inviato al presidio di Pray, dove rimase confinato per una ventina di giorni, il giovane garibaldino fu in seguito trasferito a Vercelli e poi a Torino, al carcere Le Nuove.

 

Evitata la deportazione in Germania, riuscì qualche mese dopo a fare rientro nelle file partigiane.

 

 

Gli abitanti di Santa Maria furono costretti dai fascisti a caricare su un carro i corpi dei partigiani uccisi e a trasportarli al cimitero di frazione San Martino; dopo averli fotografati, i militi della "Tagliamento" affidarono al parroco il compito di seppellirli in una fossa comune.

 

Nel novembre del 1944 le salme, riesumate dai partigiani della XII divisione Garibaldi "Nedo", furono composte in bare e provvisoriamente tumulate nello stesso cimitero; solo al termine della guerra poterono essere traslate nei paesi di origine.

 

 

Oltre a Giovanni Pagliazzo, freddato dal tenente De Mattei, altri due civili persero la vita in seguito alla violenta sparatoria: si trattò dei boscaioli Germano Zanetti e Fioravanti Bolli, rispettivamente di 55 e 23 anni, i quali furono coinvolti casualmente nello scontro fuoco e morirono a causa delle ferite riportate.

 

Anche l’ostessa Caterina Gnerro e il garzone quattordicenne Quinto Bolli rimasero feriti, fortunatamente in modo non grave.

 

 

Il 1° Seniore Zuccari illustrò la dinamica dello scontro a fuoco avvenuto a Santa Maria di Curino nella relazione giornaliera al comandante SS e di polizia per l’Italia nordoccidentale, datata 9 maggio 1944.

 

Dalla lettura del documento si evince il profondo disprezzo che l’ufficiale fascista nutriva nei confronti dei combattenti partigiani, definiti «banditi» e «delinquenti»:

 

«Avute informazioni che nella zona Lozzolo-Curino a N.O. di Gattinara gruppi di banditi, fra i peggiori ed i più decisi di tutta la provincia, avevano preso stabile dimora, nei giorni scorsi ho provveduto ad inviare sul posto dei pattuglioni con il compito di prendere contatto con essi; ma non è stato possibile assolutamente agganciarli. Soltanto questa notte, in seguito ad un trucco con il quale un ufficiale e due militi di questa Legione, vestiti da partigiani, sono riusciti a prendere contatto con elementi dei banditi, è stato possibile costringerli al combattimento. Ne è seguito uno scontro furiosissimo e sanguinoso, perché il gruppo dei banditi, composto dai peggiori delinquenti della zona, era deciso a morire fino all’ultimo uomo anziché arrendersi. E così è stato. Dei 13 individui componenti il gruppo, 11 sono rimasti uccisi, 1 catturato ed 1, ferito alle testa e ad una mano, è riuscito a dileguarsi. Sulle sue piste una nostra pattuglia sta inseguendolo».

 

In realtà i partigiani rimasti uccisi erano nove, uno era stato catturato e tre erano riusciti a fuggire: «Ai corpi dei nove partigiani – ha fatto notare Alessandro Orsii fascisti aggiungono quelli dei due civili ammazzati nella notte. Non uno ma tre garibaldini sono "riusciti a dileguarsi", ma i repubblichini sembra che vogliano far tornare a ogni costo il conto di tredici: poiché forse sapevano il numero esatto dei componenti la squadra nemica».

 

 

Francesco Moranino, malgrado fosse stato seriamente ferito, riuscì a sfuggire ai fascisti che si erano messi sulle sue tracce e fu ritrovato la mattina dopo nei pressi di Soprana dagli uomini del "Pisacane" che dopo la partenza dei compagni per la Serra erano rimasti nella zona al comando di Argante Bocchio "Massimo"; trasportato a Vigliano presso la casa di Efisio Scarlatta, vi rimase in convalescenza per una quarantina di giorni.

 

Ladis Lessio "Gavetta" trovò rifugio a Vergnego, mentre Carlo Calvi "Pio Percopo" dopo una sfiancante corsa attraverso i boschi si ricongiunse ai partigiani del "Pisacane" che stazionavano nei dintorni di Postua.

 

 

Galleria Fotografica

FONTI

 

  • Ambrosio Piero (a cura di), Il diario del 63° battaglione "M", in l'impegno, a. XI, n. 2, agosto 1991
  • Bocchio Argante, Il distaccamento di Gemisto nel dramma del primo inverno, in l'impegno, a. IV, n. 2, giugno 1984
  • Calvi Battista, A S. Maria di Curino, in Baita, 8 aprile 1946
  • Dellavalle Claudio, Operai, industriali e Partito comunista nel Biellese 1940-1945, Feltrinelli, Milano 1978
  • Giachetti Annibale, C'era una volta... la Resistenza: partigiani e popolazione nel Biellese e nel Vercellese, Gallo Arti Grafiche, Vercelli 2000
  • Manca Pierfrancesco, Resistenza e società civile nel Biellese, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli, 2005
  • Moranino Francesco, Relazione sugli avvenimenti che hanno portato al combattimento di Santa Maria di Curino avvenuto la sera del giorno 8 maggio 1944, Archivio dell'Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea "Giorgio Agosti"
  • Moranino F., L’imboscata di Curino, in l’impegno, a. IV, n. 2 giugno 1984
  • Orsi Alessandro, Un paese in guerra. La comunità di Crevacuore tra fascismo, Resistenza, dopoguerra, ISRSC Vc, 1994
  • Poma Anello, Perona Gianni, La Resistenza nel Biellese, Libreria Vittorio Giovannacci, Biella 1978
  • Archivio di Stato di Vercelli, Fondo Prefettura di Vercelli, Gabinetto parte I 1927-1945