AGOSTO DI SANGUE A VIGLIANO

(Articolo pubblicato su La Nuova Provincia di Biella del 13.06.2012)

 

Durante il mese di agosto del 1944 il paese di Vigliano è al centro di una serie di fatti di sangue che culmina il giorno 31 con la fucilazione, avvenuta per mano tedesca, di nove ostaggi.

 

 

Tutto prende avvio il 1 agosto con il rapimento, da parte di una squadra partigiana della 50ª brigata "Nedo", della quarantacinquenne Colombina Delpiano, orditrice e fiduciaria sindacale allo stabilimento Rivetti, residente presso l’omonimo Villaggio di Vigliano.

 

Il motivo del sequestro va ricercato nella convinta adesione della Delpiano al fascismo repubblicano: «[…] donna di fede, di fede fascista – scriverà di lei "Il Lavoro Biellese" – […] italiana nel vero senso della parola, non era amata da certe anime corrotte che, alla sua stessa fonte, guadagnavano il pane quotidiano. La si invidiava come lavoratrice indefessa, la si temeva per la sua costante sincerità, per il suo «parlar chiaro» davanti a tutti, per la sua intolleranza ai turpiloqui negatori e sovversivi di certi suoi compagni di lavoro, di certi suoi vicini».

 

Quelli che il giornale fascista indicava come punti di merito connotano in realtà la Delpiano come un elemento pericoloso, un’informatrice di fascisti e tedeschi in grado di nuocere non solo ai combattenti partigiani e alle loro famiglie ma anche ai civili che siano stati tanto sprovveduti da lasciarsi andare a critiche contro le autorità repubblicane e germaniche.

 

 

Informati del rapimento, i nazifascisti procedono al fermo di persone del luogo «fortemente indiziate come appartenenti a movimenti partigiani», minacciandone l’esecuzione qualora la Delpiano non venga rilasciata.

 

Sugli sviluppi successivi della vicenda seguiamo con le dovute cautele la ricostruzione de "Il Lavoro Biellese": «Per evitare l’esecuzione di costoro, veniva fatta recapitare al Fascio repubblicano […] una lettera scritta in inchiostro rosso, evidentemente sotto dettatura e con mano tremante, dalla Delpiano ancora in vita»; il giornale riporta di seguito il testo integrale della missiva, datata 4 agosto, nella quale la donna assicura di star bene e di voler evitare rappresaglie alla popolazione di Vigliano: «Amando il mio popolo, non voglio siano apportati lutti inutili […] Prego questo Comando di usare la massima comprensione, di quel che ho innanzi detto ed espresso. Mi firmo Colombina Delpiano».

 

A detta del foglio fascista, di fronte a queste dichiarazioni le autorità nazifasciste decidono di sospendere «l’effettuazione di ogni rappresaglia».

 

Un’ora dopo la consegna della lettera arriva però un comunicato del comando della 50ª brigata, recante la notizia che Colombina Delpiano è stata giustiziata: il dattiloscritto, nel quale si dichiara che «il comando Patriottico si assume la responsabilità di restituire il cadavere di Delpiano Colombina, purchè i fascisti si assumano la responsabilità di non fare rappresaglie su innocenti e di risparmiare hli [sic] ostaggi e di Vigliano pure innocenti e inoltre un compenso di lire Dieci (10) Miglioni», reca la firma «Commissario P. – Artiglio» (nome di battaglia di Giuseppe Maroino, già comandante del distaccamento "Piave" e in seguito responsabile della sezione di polizia, attiva in Valsessera, della XII divisione Garibaldi).

 

 

Quello che non convince di questo documento è la pretesa di un’ingente somma di denaro per la restituzione del corpo.

 

Normalmente, quando i partigiani prelevano ostaggi, condizionano il loro rilascio alla liberazione di prigionieri detenuti da tedeschi e fascisti: nel caso della Delpiano le richieste presentate dai garibaldini appaiono oggettivamente inaccettabili, tenuto conto del fatto che la prigioniera è già stata uccisa.

 

Si potrebbe quindi ipotizzare una manipolazione del comunicato da parte fascista, allo scopo di presentare i partigiani come vili criminali, come elementi senza scrupoli morali.

 

 

E' inoltre interessante far notare il tentativo de "Il Lavoro Biellese" di mettere in relazione i fatti di Vigliano con la sanguinosa rappresaglia compiuta il 9 agosto dai tedeschi a Roasio (sul tragico episodio, costato la vita a ventidue civili, rimandiamo al resoconto di Arnaldo Colombo nel suo saggio "Guerra nel brugo"): «La rappresaglia […] non venne effettuata allora [dopo il ricevimento della lettera che attestava l’uccisione della donna]. E non lo sarebbe stata se i delinquenti stessi, spostatisi in quel di Gattinara, non avessero ucciso […] due militi delle S.S. italiane transitanti nei pressi di Roasio. Soltanto allora i Comandi militari, benché ciò loro ripugnasse, erano costretti ad ordinare l’esecuzione di alcuni ostaggi di Vigliano unitamente ad altri elementi sorpresi in atteggiamenti ambigui sul luogo dell’ultimo delitto».

 

Il giornale fascista non sbaglia affermando che senza la morte dei due sottufficiali nazisti la rappresaglia non sarebbe stata messa in atto: ma ciò per il semplice fatto che ai tedeschi, spietati di fronte all’uccisione dei propri soldati, poco importa invece della sorte dei fascisti.

 

 

Un responsabile per la morte di Colombina Delpiano è comunque individuato nel partigiano della 50ª brigata Guido Freguglia "Aldo", arrestato il 17 agosto 1944 a Ponderano.

 

Il capo della provincia Morsero, in un’informativa inviata al Ministero dell’Interno e alla Direzione generale di Polizia, comunica che il giovane garibaldino (interrogato e probabilmente torturato dalle S.S. a Villa Schneider) ha ammesso di aver assassinato la Delpiano con la complicità di altri cinque partigiani (dei quali sono indicati i soli nomi di battaglia) e che, in quanto reo confesso, è stato impiccato a Vigliano nei pressi della abitazione della donna (il cui cadavere sarà poi rinvenuto nella Baraggia di Mottalciata).

 

 

La scia di sangue non termina con la morte di Colombina Delpiano e Guido Freguglia.

 

La sera del 26 agosto 1944 i coniugi Chiarina e Emilio Bora, sospettati di essere informatori dei fascisti per «aver parlato [volgarmente] al riguardo di una partigiana e di aver minacciato la stessa di denunzia alla guardia nazionale repubblicana», vengono prelevati dalla loro abitazione di Vigliano da una pattuglia del distaccamento "Cuffia" (2ª brigata "Ermanno Angiono Pensiero").

 

La vicenda potrebbe concludersi senza ulteriori spargimenti di sangue: il comando della 2ª brigata affermerà in seguito che, al di là delle accuse sopracitate, «null’altro di concreto si trova presso questo comando, motivo per cui i Bora stavano per essere restituiti alla loro famiglia, non essendo risultato nulla di positivo per poterli fucilare».

 

 

Di fronte a questo nuovo rapimento i nazifascisti reagiscono con prontezza, innescando così una perversa spirale di minacce e controminacce destinata a concludersi tragicamente.

 

I tedeschi annunciano che diciassette ostaggi saranno impiccati sulla piazza di Vigliano e che un’ulteriore rappresaglia si abbatterà sulle famiglie dei capi partigiani se i Bora non saranno rilasciati entro le ore 24 del 30 agosto; aggiungono inoltre che se eventi del genere si ripeteranno non esiteranno a fucilare altre trenta persone di Vigliano.

 

 

La risposta del comando della V divisione (pur lasciando intendere che l’azione è stata compiuta dalla 2ª brigata senza un preventivo accordo), è improntata alla fermezza: «Questo Comando non ha ancora ricevuto rapporto dei fatti dal Comando dipendente e non può quindi prendere posizione al riguardo. Possiamo però assicurare codesto Comando [tedesco] che di tutte le atrocità commesse viene tenuta regolare documentazione e che l’assassinio di ostaggi civili significherà in un ben prossimo domani morte per un numero di Tedeschi nella proporzione di 10 a 1».

 

Rimane comunque aperto lo spiraglio per un’intesa: «[…] siamo disposti a esaminare la situazione per trovare una via d’ uscita. Vogliate quindi soprassedere alle misure minacciate finchè non siamo in grado di concretare la nostra posizione». 

 

 

I tedeschi, che parrebbero aver acconsentito al rinvio delle esecuzioni fino alle ore 18 del 1 settembre, decidono invece di fucilare nove ostaggi a Vigliano all'alba del 31 agosto: i partigiani Francesco Pilaino, Elio Maroino, Dario Guglielmetti, Amelio Zamuner, Carlo Cerino e Tullio Gavasso; e i civili Sigfrido Colombo, Giuseppe Fenili e Giovanni Mosca Severo.

 

Alla notizia dell'avvenuta fucilazione il comando della V divisione reagisce inviando al comando tedesco un durissimo comunicato che intima il rilascio di dieci patrioti e preannuncia rappresaglie a danno dei prigionieri tedeschi in mano partigiana.

 

I dirigenti della 2ª brigata, richiesti di «notizie esaurienti e precise» dal comando della V divisione, comunicano il 2 settembre l'avvenuta liberazione dei coniugi Bora.

 

 

Galleria Fotografica

Le fotografie provengono dall'archivio Cesare Valerio, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella (È vietata la riproduzione e la diffusione delle immagini senza la preventiva autorizzazione del titolare dei diritti) e dall'archivio fotografico dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia (Fondo Tempia)

 

 

FONTI