LA FUCILAZIONE DI PIAZZA Q. SELLA 4 GIUGNO 1944

 

Il 18 aprile 1944 il governo della Rsi emana il cosiddetto bando “del perdono”, che concede a disertori e renitenti delle classi già richiamate la possibilità di presentarsi volontariamente ai distretti militari entro il 25 maggio - senza subire ripercussioni - minacciando altresì, dopo tale data, «un’azione inflessibile e di estremo rigore»: si tratta dell’estremo tentativo da parte fascista di debellare il fenomeno del “ribellismo”, rafforzando nel contempo il proprio potenziale militare. 

 

Anche le autorità repubblicane della provincia di Vercelli predispongono un massiccio intervento propagandistico, che aumenta di intensità all’approssimarsi della data di scadenza del bando: oltre ai consueti manifesti murali e agli appelli sui giornali e alla radio, sono mobilitati podestà e commissari prefettizi e anche il clero è sollecitato a contribuire all’opera di persuasione nei confronti dei “ribelli”; tramite il Dopolavoro di Vercelli, viene allestito un carro-cinema-sonoro alla scopo di effettuare un giro propagandistico nelle valli «per portare a conoscenza degli sbandati il recente decreto del Duce»; si predispone inoltre la diffusione tramite aerei di decine di migliaia di manifestini

 

Parallelamente all’atteggiamento conciliatorio, il capo della provincia Michele Morsero suggerisce ai comandanti dei reparti dell’esercito e della Gnr presenti sul territorio il prosieguo e l’intensificazione – «quale monito nei confronti dei ribelli che non avessero intenzione di presentarsi» - delle operazioni di perlustrazione e rastrellamento.

 

 

Lo sforzo messo in atto dai fascisti non ottiene però i risultati sperati.

 

A presentarsi agli uffici comunali, ai comandi della Gnr, al distretto militare di Vercelli, sono per lo più ex militari sbandati, ritornati da tempo alle proprie occupazioni civili senza aver provveduto a regolarizzare la propria posizione.

 

Decisamente più contenuto è il numero dei renitenti e dei disertori, i quali continuano a preferire la via della montagna: in alta Valle Elvo e sulla Serra, zona di operazioni del distaccamento “Bixio” e del neo-costituito distaccamento “Caralli”, tra l’aprile e il maggio del 1944 arrivano a concentrarsi circa 400 uomini, gran parte dei quali è però disarmata.

 

 

Il 22 maggio, tre giorni prima della scadenza del bando, Morsero chiede al comando del SS-Polizei Regiment 15 di «esaminare l’opportunità e la possibilità di disporre una energica immediata azione contro eventuali residui di ribelli», suggerendo il coinvolgimento della legione “Tagliamento”, del battaglione “Montebello” e delle unità territoriali della Gnr; contemporaneamente invita il comandante della “Tagliamento” Merico Zuccari a sottoporre la medesima richiesta al Brigadeführer Willy Tensfeld, comandante delle SS  e della polizia germanica per l’Italia nord-occidentale, specificando la necessità di un intervento «nella zona che oggi lascia ancora maggior preoccupazione e cioè quella a Ovest e a Sud-Ovest di Biella».

 

 

Il Brigadeführer Willy Tensfeld (1893-1982) giunge in Italia dall’Ucraina nel gennaio 1944 per assumere il comando del settore Oberitalien West, che comprende Lombardia Occidentale, Piemonte e Liguria; il suo Stato maggiore – denominato Bandenbekämpfung Stab Oberitalien-West (BB-Stab-West), Comando regionale per la lotta alle bande – si insedia a Monza, prima a villa Tornaghi, in seguito a Villa Reale.

 

L’organizzazione di tutte le operazioni di rastrellamento (che saranno 45 in sedici mesi) è affidata al capitano della Gendarmeria Nikolaus Holm, e dal 1 novembre 1944 al capitano Gustav Täger.

 

Nella primavera del 1944 le forze a disposizione del BB-Stab-West comprendono: I e II Battaglione del SS-Polizei Regiment 15, Gendarmerie Zug (motorizzato) 1, Ost Bataillon (Volontari russi) e Georg.Btl. II/198 (Volontari georgiani), Gnr Comando Provinciale, Gnr Milizia confinaria “Monviso”, Gnr “Leonessa” con armati leggeri Fiat, una compagnia del Battaglione d’assalto “Pontida”.

 

 

L’inizio dell’operazione di rastrellamento contro le formazioni partigiane del Biellese occidentale – denominata “Hamburg” – viene fissato per domenica 28 maggio 1944.

 

L’operazione, programmata dal BB-Stab-West e la cui direzione è affidata al tenente colonnello Ludwig Buch, comandante del SS-Polizei Regiment 15, interessa una vasta area compresa tra Biellese, Canavese e Valle d’Aosta, suddivisa in quattro settori: Gressoney, Biella, Caluso e Ronco Canavese; la sede operativa è fissata a Ivrea.

 

 

Le forze impiegate ammontano a 3.150 uomini appartenenti a reparti italo-tedeschi: Gruppo di Combattimento del SS-Polizei Regiment 15 (II Battaglione); 1ª e 2ª Compagnia del I Battaglione del SS-Polizei Regiment 20; 100 doganieri della Zollgrenzschutz (Polizia di frontiera); una Compagnia del Gruppo corazzato “Leonessa” con due carri armati e due autoblindo; 200 elementi della Legione Autonoma Mobile “Muti” di Milano; una Compagnia della Gnr Milizia Confinaria; la 3ª Compagnia della Legione “Tagliamento” e due Compagnie del 115° Battaglione “Montebello”.

 

L’attacco ha inizio la mattina di domenica 28 maggio e si sviluppa su più direttrici – dalla Valle dell’Elvo, dal versante canavesano del Mombarone, dalla Valle di Gressoney – al fine di costringere i partigiani a ritirarsi verso la sommità delle montagne, chiudendo loro ogni via di fuga, per poi annientarli.

 

 

I garibaldini dei distaccamenti “Bixio” e “Caralli”, sorpresi dall’azione nemica e sottoposti ad un intenso bombardamento di mortai, si ritirano verso la cima del Mombarone, dove intorno a mezzogiorno vengono raggiunti da circa 200 giovani, tra renitenti e partigiani, provenienti dalla Valle di Gressoney.

 

I comandanti delle due formazioni, valutata la gravità della situazione, decidono intelligentemente – considerata la sproporzione di forze – di non accettare lo scontro su posizioni statiche ed elaborano una strategia di sganciamento: al calare del buio, i circa 150 uomini in possesso di armi e munizioni dovranno scendere nella Valle dell’Elvo e impegnare il nemico in brevi conflitti a fuoco, dando così la possibilità a coloro che sono disarmati di sgusciare, sfruttando la conoscenza dei luoghi, tra le maglie del rastrellamento.

 

Nel complesso la manovra ha successo, permettendo alla maggior parte dei “ribelli” di sottrarsi alla morsa avversaria: quattro sono però i partigiani che rimangono uccisi nella notte tra il 28 e il 29 maggio durante lo sganciamento.

 

Nei giorni successivi (29 maggio-2 giugno) il territorio della Valle Elvo viene setacciato dai reparti nazi-fascisti: sono in particolare i militi del SS-Polizei Regiment 20 a condurre le operazioni sul Mombarone, all’Alpe La Tura, sul monte Mucrone che portano alla cattura di quattordici giovani – partigiani del “Bixio” e del “Caralli”, renitenti e sbandati – i quali sono poi condotti al carcere del Piazzo di Biella.

 

Sabato 3 giugno sulla Serra sono fatti prigionieri dai militi del SS-Polizei Regiment 20 e da elementi della “Muti” altri otto partigiani, che vengono poi concentrati a Zubiena e quindi trasferiti a Biella, presso la scuola “Pietro Micca”, sede del 115° Battaglione “Montebello”. 

 

 

Per i nazisti il bilancio di “Hamburg” non è tuttavia positivo: è lo stesso Tensfeld ad ammetterlo nel corso della riunione con alti esponenti della Rsi – tra cui Graziani, Ricci e Borghese - che ha luogo il 5 luglio 1944 presso il Ministero delle Forze Armate: «Si è appalesata l’impossibilità di chiudere la zona, dato che piccoli reparti approfittando della notte e della nebbia riescono a fuggire. L’azione non ha portato, per la prima volta, ai risultati desiderati, anche perché i ribelli non hanno accettato il combattimento e sono riusciti a sfuggire in gran parte».

 

Il disappunto nazista per il mancato annientamento delle formazioni partigiane del Biellese occidentale si traduce così nella decisione di dare un severo avvertimento ai “ribelli” irriducibili e alla popolazione che li sostiene: dall’Albergo Nazionale di Torino, sede del comando tedesco della polizia di sicurezza, giunge così a Biella l’ordine, indirizzato al comando del 115° Battaglione “Montebello”, di fucilare i ventidue partigiani prigionieri in una piazza del centro cittadino.

 

 

La mattina di domenica 4 giugno 1944 una corriera della azienda di trasporti S.A.F.E.T., con a bordo alcuni ufficiali e militi del “Montebello”, si dirige verso il carcere del Piazzo per prelevare i giovani catturati in Valle Elvo: Remo De Luca, Alfonso Guarneri, Luigi Locatto, Nicola Savio, Ilmo Peronetto, Carlo Zuffo, Giovanni Cossavella, Bogdan Gajdukivskij, Angelo Chinotti, Pietro Valè, Eustachio Gubitosa, Martino Piemonte Brua, Giovanni Peretto e Franco Prola.

 

Quest’ultimo riesce fortunosamente a sottrarsi a un destino che sembra segnato: «Io venni subito preso da febbre altissima, accompagnata da vaneggiamento. Ben poco ricordo di ciò che avvenne dopo. Rammento soltanto che mi trovavo in una cella delle carceri di Biella Piazzo […] che venne un prete a confessarmi; che, qualche giorno dopo quel tre giugno, un compagno di cella mi narrò che sulla piazza Quintino Sella erano stati fucilati 21 giovani […] Dopo un po’ di tempo venni trasferito alle Nuove di Torino, quindi in Germania, in un campo di concentramento, da dove rimpatriai dopo la liberazione».

 

Dopo aver preso a bordo i prigionieri, la corriera – condotta da Firmino Poglio, originario di Donato – si rimette in moto per tornare a Biella piano.

 

Percorre a marcia ridotta le vie cittadine fino a raggiungere la scuola “Pietro Micca”, dove sono trattenuti gli otto partigiani fatti prigionieri il giorno prima sulla Serra: Franco Baudrocco, Iginio Baudrocco, Lodovico Rovaretto, Edile Prella, Raimondo Finotto, Roberto Zanetto e Vittorio Menaldo; Elio Baudrocco, ferito alla testa e alla spalla da una scarica di fucileria durante il tentativo di sottrarsi alla cattura, è stato portato all’Ospedale cittadino per essere medicato, quindi ricondotto alla caserma del “Montebello” con una vistosa fasciatura alla testa.

 

Alla “Pietro Micca” i ventun giovani ricevono i conforti religiosi dal cappellano del battaglione fascista, padre Leandro Sangiorgio, e dal frate francescano del convento di San Sebastiano padre Luigi, convocato in tutta fretta per accelerare i tempi.

 

Sono poi fatti salire tutti sulla corriera che, scortata su entrambi i lati da militi fascisti in assetto di guerra, si avvia lentamente verso il luogo dell’esecuzione, distante poche centinaia di metri.

 

Alla testa del lugubre corteo si pone il comandante del 115° Battaglione “Montebello”, il maggiore Alessandro Manfredi.  

 

 

In piazza Quintino Sella si trovano già i militi – circa una trentina – incaricati di formare il plotone di esecuzione: a comandarli è il tenente Baldo Moro.

 

La corriera avanza fino all’altezza del terrapieno protettivo del rifugio antiaereo, collocato di fronte al complesso che ospita il Liceo Ginnasio e la Scuola di avviamento professionale: i prigionieri vengono fatti scendere a lato del terrapieno e suddivisi in tre file da cinque e una da sei.

 

Alcuni militi provvedono a bloccare le strade di accesso alla piazza, mentre nell’aria risuona il fischio lamentoso delle sirene antiaeree, azionate allo scopo di indurre la popolazione a rimanere nelle proprie abitazioni ed evitare così la presenza di testimoni inopportuni.

 

Tale precauzione non è comunque sufficiente ad impedire che dagli alloggi affacciati sulla piazza qualcuno riesca, attraverso le imposte socchiuse, ad osservare la tragica mattanza che si sta consumando.

 

Deponendo nel luglio 1948 per l’istruttoria del processo, Andreino Broglia, residente in piazza Quintino Sella, darà una testimonianza dettagliata di quanto accaduto quella mattina: «[…] fu fatta avanzare la prima fila, che dovette collocarsi vicino al terrapieno e con la faccia allo stesso. L’ufficiale comandò il fuoco, i cinque caddero, e subito dopo si avvicinò loro il vecchio sergente, che col moschetto, li colpì, in terra, uno per uno alla testa. Questi primi cinque, prima di morire, gridarono in coro “Viva l’Italia!”.

Venne quindi fatta avanzare la seconda fila, con la quale si procedette nei modi precisi della prima. Della fucilazione della terza fila ricordo un giovane alto, vestito di marrone, con i capelli bruni, folti e alti, che, dopo la scarica essendo evidentemente rimasto solo ferito, si rizzò da terra sui gomiti urlando. Allora il sergente, gridando “che veniva subito”, corse verso di lui col moschetto puntato. L’altro si voltò e fece per ripararsi la testa col gomito, quindi si voltò e cadde sotto il colpo del sottufficiale.

Per quanto io vidi, nessuno dei giovani si afflosciò per terra, né fece segni di scoraggiamento.

[…] le file successive, specialmente le ultime, per allinearsi davanti al terrapieno, dovevano scavalcare i cadaveri dei loro compagni […]

Dopo la fucilazione di tutti, e dopo che il vecchio graduato aveva dato ai componenti di ogni singola fila, il colpo di grazia, un secondo colpo venne dato a tutti quanti […]».

 

Le sirene smettono di suonare e i blocchi stradali vengono tolti, permettendo così ad una piccola folla, attirata dal rumore degli spari, di accedere alla piazza dove giacciono i ventun corpi ormai senza vita.

 

La scena è raccapricciante: i cadaveri sono ammassati gli uni sugli altri, a formare un tragico groviglio.

 

Benché i militi fascisti rimasti di piantone abbiano la consegna di impedire a chiunque – anche ai congiunti degli uccisi – di avvicinarsi troppo, ben presto il luogo della fucilazione si ricopre di fiori.

 

Intorno a mezzogiorno, un forte temporale si abbatte sulla città: la pioggia che cade violentemente sulla piazza va a mescolarsi con il sangue dei fucilati, tingendo di rosso il suolo.

 

 

Il comando tedesco ordina che i corpi restino esposti sul luogo della fucilazione per 24 ore, come monito alla popolazione, e dispone che le salme siano sepolte sparse nelle campagne a sud della città, per impedirne il recupero ai familiari.

 

Il commissario prefettizio di Biella Baldassarre Trabucco si premura di segnalare che «per effettuare […] l’interramento dei cadaveri fuori dal cimitero, in località posta a valle di Biella a circa 5 km. dalla città, si deve uscire dalla circoscrizione di questo comune che a sud dispone di una fascia di territorio di profondità di solo km. I,I/2 per addentrarsi nel territorio di altri comuni quali Candelo, Gaglianico, Ponderano etc.», suggerendo la possibilità di ripiegare sulla Burcina.

 

Decisivi per modificare tale decisione si rivelano gli interventi del professor Guido Masserano, ufficiale sanitario del Comune di Biella, e del vescovo monsignor Carlo Rossi, i quali riescono a ottenere che i corpi dei ventun fucilati siano sepolti in una fossa comune scavata esternamente al muro di cinta del cimitero cittadino.

 

 

La mattina di lunedì 5 giugno si procede finalmente alla rimozione dei cadaveri da piazza Quintino Sella e al loro trasporto al cimitero di Biella; l’impegno del prof. Masserano consente a Carla Valè di inserire nella cassa del fratello Pietro e in quelle degli altri due giovani di Donato, Martino Brua Piemonte e Giovanni Peretto, delle targhette di alluminio al fine di permetterne il riconoscimento al momento dell’esumazione; anche la sorella di Giovanni Cossavella, Nina, avvertita dell’accaduto, giunge al cimitero accompagnata da una cugina e dal parroco di Bollengo per riconoscere la salma del fratello e dell’amico Bogdan Gajdukivskij.

  

Mercoledì 7 giugno, di prima mattina, alcuni operai si incaricano dello scavo della fossa, che viene concluso intorno alle ore 16 e 30.

 

Ricorderà Carla Valè nelle sue memorie: «Gli stessi uomini, vestiti con impermeabili e cappellacci neri, provvedono al trasporto delle 21 bare grondanti di liquido verdastro: nell’aria un fetore insopportabile. Quando tutto è pronto, il responsabile dei lavori, telefona al prof. Masserano quale responsabile dell’Ufficio Igiene, poi telefona al comando tedesco.

Arrivano tutti: il professor Masserano, che mi starà vicino sino alla fine, il comando tedesco composto da due militari semplici con il fucile e tre ufficiali, e quello fascista per puro atto formale perché, in presenza del Comando tedesco, la partecipazione dei fascisti è irrilevante […]

Sono l’unica donna, l’unica familiare presente […]

Per primo faccio tumulare Martino Brua poi, a 50 centimetri, Pietro, quindi ad altri 50 Giovanni Peretto e, a seguire, tutte le altre bare ma vicine […]

Il lungo scavo viene poi ricoperto»

 

Nelle settimane e nei mesi successivi, nonostante il divieto nazifascista i biellesi continueranno a portare fiori sul luogo della sommaria sepoltura, in omaggio alla memoria dei ventun giovani assassinati: «Qualche giorno dopo – ricorderà Isabella Ansermino, maestra elementare di Torrazzo – mi recai in quel luogo, sul mezzogiorno, per eludere la sorveglianza delle sentinelle di sostare a lungo. Sola, col sole di giugno che continuava a splendere nonostante tanto lutto, ho pianto a lungo […] Quante lacrime furono versate su quelle zolle! Oh, se quel campo di meliga potesse parlare! Però durante un anno intero si videro fiori a profusione. I tedeschi li levavano e mani gentili tornavano a spargerli».  

 

 

Solo al termine della guerra le salme potranno essere riesumate e quindi traslate nei paesi d’origine, mentre la piazza, intitolata ai Martiri della Libertà, diverrà meta, ad ogni anniversario, del doloroso pellegrinaggio dei famigliari.

 

Il monumento commemorativo che si trova oggi sul lato della piazza, opera dell’architetto Mario Sola e dello scultore Carmelo Cappello, viene inaugurato il 25 aprile 1953, ottavo anniversario della Liberazione, alla presenza di un oratore di eccezione: Piero Calamandrei

 

 

Il primo procedimento giudiziario che affronta la vicenda dell’eccidio di piazza Q. Sella è quello che si svolge nel 1947 presso la Corte di Assise Straordinaria di Firenze: tra gli imputati figura – oltre al maggiore Alessandro Manfredi, all’epoca dei fatti comandante del 115° Battaglione M “Montebello”, e ad altri ufficiali - il tenente Baldo Moro, che tra i capi di accusa a suo carico annovera anche l’aver comandato il plotone di esecuzione il 4 giugno 1944.

 

Nella sentenza emessa il 30 dicembre 1947 la corte – relativamente a questa imputazione – riprende le testimonianze rese in sede di istruttoria e durante il dibattimento da ex appartenenti al “Montebello” (il capitano Antonio Sbicego e il milite Giuseppe Mastrosimone), da Luigi Locatto, padre di uno dei fucilati, e dall’agente di P.S. Sapienza, insistendo però su alcuni aspetti a suo giudizio contradditori o poco chiari; rigetta come inverosimili le dichiarazioni dello stesso imputato atte ad alleggerire la propria posizione attribuendo la responsabilità al maggiore Manfredi; e conclude affermando sorprendentemente che «il Moro va assolto da tale addebito con la formula del dubbio».

 

Baldo Moro, che durante il processo ha tentato anche la carta dell’incapacità di intendere e di volere, peraltro respinta dalla corte - «Non pare […] che sia menomato nella capacità di intendere un uomo come il Moro che si difende con accorgimento e energia, dimostrandosi conscio delle responsabilità assunte» - rimedia, per il capo di imputazione relativo all’uccisione del partigiano Leo Candelone, una condanna a sedici anni di reclusione (di cui cinque condonati), all’interdizione perpetua dai pubblici uffici e al pagamento delle spese processuali.

 

Nel maggio del 1948 la Cassazione annulla la sentenza di condanna e dispone un nuovo processo, da tenersi presso la Corte di Assise di Roma: il 28 giugno 1948 il collegio giudicante riduce la pena a undici anni, dichiarandone condonati otto anni e otto mesi per effetto dei provvedimenti di amnistia e indulto nel frattempo emanati, e ordinando la scarcerazione del Moro.

 

Nell’aprile del 1951 il suo nome compare nella richiesta – avanzata dal procuratore di Roma – di autorizzazione a procedere in giudizio nei suoi confronti per vilipendio alla Camera dei Deputati, a causa di un articolo pubblicato a sua firma sul settimanale di stampo neofascista “Asso di Bastoni”.

 

Baldo Moro diventa in seguito un personaggio noto nell’ambiente giornalistico romano, arrivando anche a curare insieme a Paolo Valenti la trasmissione radiofonica “Domenica sportiva”.

 

 

Il secondo procedimento giudiziario ha luogo a Vercelli nell’estate del 1950.

 

Gli imputati sono cinque ex militi del 115° Btg. M “Montebello” accusati di aver partecipato il 4 giugno 1944 alla fucilazione di piazza Q. Sella: Settimo Ricci, Celso Cancellieri, Pietro Ertini, Luigi Angeretti e Giuseppe Mastrosimone; il sesto citato in giudizio, Francesco Caccia, è stato invece ucciso dai partigiani nell’aprile del 1944 (anteriormente quindi all’eccidio).

 

Le indagini hanno preso il via nel novembre 1945 a seguito delle dichiarazioni rilasciate ai funzionari di P.S. di Novara da Arnaldo Fregonara, anch’egli ex milite del “Montebello”, il quale ha affermato di essere a conoscenza dei nomi dei commilitoni che il 4 giugno 1944 hanno fatto parte del plotone di esecuzione: oltre a Cancellieri, Caccia, Ertini, Angeretti e Mastrosimone, Fregonara cita anche Primo Foradini, Lorenzo Brustia, Alessandro Ricci e Anselmo Ricci.

 

La lunga istruttoria condotta dal magistrato di Biella porta alla cattura di tutti gli indiziati (ad eccezione del Caccia), cui segue la raccolta delle deposizioni di un cospicuo numero di testimoni: congiunti delle vittime, ex appartenenti alle formazioni partigiane, residenti sulla piazza o nelle vie limitrofe.

 

Il quadro che emerge dalle indagini è però tutt’altro che chiaro: gli indiziati tentano infatti di discolparsi affermando o di non essere stati presenti quel giorno a Biella oppure di essere stati comandati ad altri servizi.

 

Nel marzo del 1949 il Procuratore generale di Torino chiede così alla sezione istruttoria il proscioglimento di tutti gli imputati «per non aver partecipato al fatto»; nel settembre dello stesso anno, al termine di un supplemento di istruttoria, alla lista degli indiziati si aggiunge un nuovo nome, quello di Settimo Ricci, ex sergente maggiore del “Montebello”, per il quale il Procuratore generale chiede il rinvio a giudizio ritenendolo l’esecutore materiale del “colpo di grazia”.

 

Foradini, Brustia e i due Ricci vengono effettivamente assolti, mentre gli altri rinviati alla Corte di Assise di Vercelli.

 

Il processo si apre il giorno 28 giugno 1950.

 

I primi ad essere interrogati sono gli imputati, che ribadiscono la propria estraneità ai fatti; seguono poi le dolorose deposizioni dei familiari delle vittime: il nome più ricorrente è quello di Baldo Moro, indicato quale comandante del plotone di esecuzione, a cui si affianca in alcune testimonianze anche quello di un altro ufficiale del “Montebello”, il tenente Dario Raviglione (giustiziato al termine della guerra).

 

Il 30 giugno la Corte emette sentenza di condanna a ventun anni di reclusione e all’interdizione perpetua dai pubblici uffici per Settimo Ricci, colpevole di omicidio continuato, decretando altresì l’assoluzione degli altri imputati in quanto il reato di collaborazionismo a loro ascritto è estinto per effetto dell’amnistia del 22 giugno 1946.

 

 

 

PARTIGIANI UCCISI NEL CORSO DEL RASTRELLAMENTO DEL 28 MAGGIO 1944

 

Giuseppe Orlassino (di anni 22)

Piero Paludi (20)

Dante Simonetti (19)

Mario Stesina (39)

 

FUCILATI IN PIAZZA Q. SELLA IL 4 GIUGNO 1944

 

Elio Baudrocco (di anni 19) 

Franco Baudrocco (20) 

Iginio Baudrocco (24) 

Martino Piemonte Brua (24) 

Angelo Chinotti (24) 

Eustachio Gubitosa (19) 

Giovanni Cossavella (33) 

Remo De Luca (18) 

Raimondo Finotto (19) 

Alfonso Guarneri (19) 

Bogdan Gajdukivskij (19) 

Luigi Locatto (19) 

Vittorio Menaldo (17) 

Giovanni Peretto (21) 

Ilmo Peronetto (19) 

Edile Prella (21) 

Lodovico Rovaretto (21) 

Nicola Savio (19)

Pietro Valè (19) 

Roberto Zanetto (19) 

Carlo Zuffo (22)

 

Leonardo Baranzoni (19), fucilato il 12 giugno 1944

 

 

 

Galleria Fotografica

Le fotografie provengono dall'archivio Cesare Valerio, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella (È vietata la riproduzione e la diffusione delle immagini senza la preventiva autorizzazione del titolare dei diritti), dall'archivio privato di Susanne Pauli (NS-Familien Geschichte, Göttingen) via Raphael Rues, www.insubricahistorica.it, e dall'archivio fotografico della Casa della Resistenza di Sala Biellese.