L'ECCIDIO DI MOTTALCIATA 17 MAGGIO 1944

 

 

Nella primavera del 1944 il movimento partigiano biellese si sta faticosamente riorganizzando dopo i duri colpi subiti a seguito dei ripetuti rastrellamenti nazi-fascisti, nel corso dei quali è anche rimasto ucciso Piero Pajetta “Nedo”, carismatico comandante della 2ª Brigata Garibaldi “Biella”.

 

Dei sei distaccamenti che compongono l’unità partigiana, solo uno – il “Bixio”, dislocato in Valle Elvo e sulla Serra – ha potuto mantenere relativamente intatto il proprio organico (anche se molti uomini sono disarmati): il “Mameli” e il “Matteotti” si sono completamente disgregati di fronte all’offensiva nazi-fascista di febbraio, i garibaldini del “Pisacane” si trovano frazionati tra la Valsesia e la Valsessera, mentre i superstiti del “Bandiera” e del “Piave”, duramente provati dalla tragica esperienza di Rassa (12-13 marzo 1944), in parte hanno raggiunto le basi del “Bixio” in Valle Elvo e in parte hanno dovuto temporaneamente smobilitare, tornando alle proprie case.

 

Avendo a disposizione poche decine di uomini armati, il comando di brigata – assunto da Bruno Salza “Mastrilli” – decide la formazione di tre squadre: due vanno a ricostituire la forza operativa del distaccamento “F.lli Bandiera”, la terza rimane alle dipendenze del “Bixio”.  

 

 

Sul territorio biellese e valsesiano operano, insieme a reparti di polizia tedesca, due formazioni della Guardia Nazionale Repubblicana particolarmente agguerrite nella lotta anti-partigiana: la 1ª Legione d’Assalto M “Tagliamento” del tenente colonnello Merico Zuccari e il 115° Battaglione M “Montebello” – giunto nel Biellese verso la fine di gennaio del 1944 – al comando del maggiore Alessandro Manfredi.

 

Il 63° Battaglione M della "Tagliamento" - che opera prevalentemente in Valsessera e in Valsesia - è articolato su tre compagnie: la 1ª (a Pray), agli ordini del tenente Carlo De Mattei, e la 2ª (a Fobello), al comando del tenente Antonio Fabbri, dispongono di una forza operativa di circa cento legionari, mentre la 3ª (a Rimasco, poi a Curino) del tenente Guido Alimonda conta ottanta-novanta uomini.

 

Il 115° Battaglione M, il cui comando ha sede nella città di Biella, è suddiviso in quattro compagnie e ha presidi ad Andorno, a Cossato e a Vallemosso, e posti fissi a Candelo.

 

La forza effettiva del reparto si aggira intorno ai trecento uomini, per lo più volontari.

 

 

La squadra del “F.lli Bandiera” al comando di Vincenzo Biscotti “Mitra” va a compiere azioni di disturbo e sabotaggio nella parte orientale della bassa biellese, rientrando periodicamente alla base del distaccamento situata all’Alpe Fontanamora.

 

Prima del tragico epilogo di Mottalciata, la formazione conta, oltre a “Mitra” e a suo fratello Antonio “Biscottino”, 22 uomini.

 

Il nucleo principale è formato da garibaldini precedentemente in forza al distaccamento “Piave” – il capo-squadra Mario Cangemi “Freccia”; Aldo Aglietti “Terribile”; i fratelli Eraldo “Falco” e Renato “Drago” Bianchetto; Ernesto Merlin “Merlo”; Giuseppe Mizzon “Migi”; Luigi Morecchio “Nino”; Bruno Vettorello “Dik” – che hanno compiuto la scelta partigiana fin dall’autunno del 1943; il capo-nucleo Riccardo Grosso “Dinamite”, arrivato a gennaio; il diciassettenne Vildo Melo, arruolatosi ai primi di febbraio.

 

Insieme hanno vissuto i momenti esaltanti e drammatici del periodo invernale: gli scioperi di dicembre; la repressione nazifascista; l’uccisione, avvenuta a Cossato il 17 febbraio 1944, dei membri del comando del “Piave” – Piemonte Boni “Piero Maffei”, Edis Valle “Edis” e Ermanno Angiono “Pensiero”; il rastrellamento del 20 febbraio; il disastro di Rassa.

 

Anche il capo-nucleo Rambaldo Bertotti è un veterano, essendo un membro del gruppo che fin dal novembre del 1943 ha deciso di rimanere sul monte Cucco, ponendo le basi per la nascita del distaccamento “F.lli Bandiera”.

 

Bernardino Ferrari “Topolino”, arruolato all’inizio del gennaio 1944 nell’esercito della RSI, ha disertato poche settimane dopo ed è salito in montagna. 

 

Ugo Costa “Fiamma”, Mario Coletta “Volpe”, Silvio Colli “Andrasc”, Luciano Belli “Audace” e Luigi Montaruli “Biressi” sono stati indotti ad unirsi ai partigiani dalla scadenza, l’8 marzo 1944, del bando che decreta la pena di morte per gli iscritti alle liste di leva assenti alle chiamate o allontanatisi dai reparti.

 

Guido Finardi “Bergam”, di Ponzone, si è presentato al distretto militare di Vercelli a febbraio, ma due mesi dopo, mentre si trovava a casa in licenza, ha ricevuto la visita dei partigiani, che lo hanno convinto a seguirli.

 

Anche Libero Annuiti “Lum” (classe 1924), di Cossila, ha risposto a marzo alla chiamata della RSI: assegnato ad un reggimento di artiglieria alpina, ha però disertato prima di raggiungere la destinazione.

 

Il ventinovenne Elivio Sereno “Livio”, con alle spalle un problematico rapporto con l’esercito, si è unito alla squadra ad aprile, lasciando a Vercelli moglie e due figlie.

 

L’ultimo in ordine di tempo ad aggregarsi alla squadra garibaldina è Francesco Buratto, aviere in servizio presso l’aeroporto di Airasca, dal quale si allontana il 10 maggio 1944, sette giorni prima dell’eccidio in cui perirà.

 

 

C’è infine Silvio Rivardo, il più anziano del gruppo (è nato a Cossato il 25 aprile 1909), sul quale pende una denuncia al Tribunale speciale per la difesa dello Stato «per avere in Cossato nei giorni 19 e 21/12/1943 partecipato a insurrezione armata contro i poteri dello Stato invadendo il Palazzo Municipale, la sede della G.I.L. e la caserma dei C.C. di Cossato».

 

In quei giorni di dicembre gli operai delle fabbriche biellesi erano scesi in sciopero e il comando partigiano aveva deciso di garantire loro il proprio sostegno militare: a Cossato erano intervenuti i garibaldini del “Piave”, guidati da Ermanno Angiono, il quale aveva tenuto un comizio e poi, insieme a Imer Zona e allo stesso Rivardo, aveva guidato l’assalto alla locale caserma dei Carabinieri per requisire armi e equipaggiamento.

 

In una dichiarazione messa agli atti del procedimento giudiziario, Rivardo è indicato dal maresciallo dei C.C. Letterio Santoro, testimone diretto dei fatti, non solo come uno dei responsabili dell’assalto ma anche come colui che ha telefonato alle fabbriche di Cossato per ordinare la sospensione del lavoro.

 

I reati di cui Rivardo è accusato comportano la pena capitale: nelle settimane successive, la morte di Imer Zona, di Ermanno Angiono, e di altri amici e conoscenti arruolatisi nel movimento partigiano, i rovesci subiti dai garibaldini ad opera di fascisti e tedeschi, suscitano forse in lui seri dubbi sull’opportunità di proseguire nell’illegalità, inducendolo a trovare un modo per cavarsi fuori da una situazione potenzialmente letale.

 

 

Dal 6 marzo 1944 Carlo Savoi, ex bracciante agricolo originario di Saletto (PD), presta servizio con il grado di vicebrigadiere presso il comando della Compagnia O.P. (Ordine Pubblico) del 604° Comando provinciale della G.N.R. di Vercelli.

 

Emigrato a Cossato alla metà degli anni Trenta, Savoi ha partecipato alla campagna d’Etiopia tra le file del 128° Battaglione Camicie Nere, guadagnandosi la croce al merito di guerra.

 

Rientrato in patria nel giugno del 1937, ha trovato impiego come sorvegliante notturno presso la Tintoria Biellese di Cossato, lo stesso stabilimento nel quale, fino al dicembre 1943, ha lavorato come falegname anche Silvio Rivardo.

 

Savoi fa così da tramite con il comando fascista di Vercelli, al quale Rivardo offre la sua collaborazione per favorire la cattura dei partigiani, in cambio del decadimento delle accuse a suo carico. 

 

 

Il 18 aprile 1944 il governo della RSI emana un nuovo bando – il cosiddetto “bando del perdono” – che concede ai disertori e ai renitenti delle classi già richiamate la possibilità di presentarsi volontariamente ai distretti militari entro il 25 maggio, senza subire ripercussioni: dopo tale data, si procederà con «un’azione inflessibile e di estremo rigore», che sarà «portata a fondo con ogni mezzo per debellare la piaga del ribellismo».

 

Il risultato si rivelerà tuttavia deludente: in provincia di Vercelli le reclute della classe 1926 presentatisi al distretto saranno meno del 10% del totale.

 

 

Le operazioni militari contro i “ribelli” non diminuiscono però durante il periodo di “franchigia”, anzi si intensificano.

 

Sono soprattutto i reparti del 63° Btg. M della “Tagliamento” a condurre un’azione costante di pattugliamento del territorio, che dà buoni risultati, anche con l’impiego di metodi non convenzionali: i militi, riuniti in piccole pattuglie, si travestono con abiti civili per farsi passare per sbandati e trarre in inganno i partigiani e i loro fiancheggiatori.

 

Dopo lo scontro a fuoco dell’8 maggio 1944 a Santa Maria di Curino, nel quale rimangono uccisi nove garibaldini del “Pisacane”, la 3ª Compagnia del tenente Alimonda lascia Rimasco, trasferendosi proprio a Curino.          

 

 

I tempi sono ormai maturi per far scattare la trappola: occorre solo aspettare l’occasione propizia.

 

La squadra garibaldina si trova in quel momento nel territorio di Masserano: Rivardo ne approfitta per incontrarsi con il medico veterinario del paese, dott. Costantino Gianadda – simpatizzante fascista – e farsi consegnare delle dosi di narcotico.

 

La sera del 14 maggio si incontra a Castellengo con Savoi, accompagnato dal milite Romildo Busca (di Benna), e con Romeo Spaudo, residente a Mottalciata, per mettere a punto il piano.

 

I garibaldini sono in procinto di lasciare la zona di Masserano nei giorni successivi, per dirigersi verso il territorio di Castelletto Cervo e Mottalciata allo scopo di compiere atti di sabotaggio sull’autostrada Torino-Milano o semplicemente per sfuggire alle ricerche dei fascisti.

 

Rivardo dovrà condurli presso due cascine situate nell’area boschiva tra Mottalciata e Castellengo, dove lo Spaudo, con l’aiuto della sorella Stefanina, provvederà a portare dei fiaschi di vino adulterato con il narcotico: quando i partigiani si saranno addormentati, spetterà all’amante di Rivardo, Giovanna Carusso, giovane impiegata del Municipio di Castelletto Cervo, avvisare telefonicamente il comando di Vercelli che predisporrà l’intervento di un reparto armato.

 

All’alba del 15 maggio un pattuglione fascista del presidio di Cossato (115° Btg. “Montebello”) sorprende e arresta presso cascina Trucco, alla Battiana, Ivan Conti e Elso Mainelli, entrambi della classe 1924, disertori dell’esercito repubblicano in rapporti con il movimento partigiano.

 

Sottoposti ad un’intera giornata di pressante e violento interrogatorio, i due s’impegnano a condurre i fascisti sul luogo in cui si trova un gruppo di garibaldini: ricondotti sul posto a sera inoltrata, secondo la versione fascista rimangono uccisi nel tentativo di darsi alla fuga nella boscaglia, approfittando dell’oscurità.

 

Il giorno dopo i cadaveri dei due sfortunati giovani sono trasportati alla camera mortuaria del cimitero di Cossato; i fascisti provvedono poi ad arrestare il padre di Mainelli e la madre di Conti per «favoreggiamento e istigazione alla diserzione di partigiani».

 

 

Quanto avvenuto alla Battiana induce forse i garibaldini del “F.lli Bandiera” ad affrettare la partenza: il 16 maggio il gruppo, alla cui guida si è posto il capo-squadra Mario Cangemi “Freccia” – Vincenzo Biscotti è andato a far rapporto al comando insieme al fratello Antonio, mentre Libero Annuiti “Lum” è in “licenza” – lascia la zona di Masserano per spostarsi in quella di Castelletto Cervo.     

 

La giornata trascorre tranquilla.

 

Bruno Vettorello “Dik”, che abita in Cantone Terzoglio di Castelletto, ne approfitta per far visita alla madre, insieme a Luigi Morecchio “Nino” e Elivio Sereno “Livio”.

 

 

Nel frattempo, i fascisti cominciano a muoversi per far scattare la trappola.

 

I vicebrigadieri Luccotti e Bertelli, della 3ª Cp. della “Tagliamento”, inviati in abiti civili a Mottalciata, «raccolgono utili informazioni sulla dislocazione e la forza di una banda che opera nella zona» e, con l’aiuto dei due complici locali, si recano dal Vicario Foraneo di Santa Maria, don Antonino Bersano, esperto viticoltore, per recuperare i fiaschi di vino nei quali viene immesso il narcotico e che sono poi portati nelle cascine Mondovà e Caprera.

 

 

Verso sera, i garibaldini si mettono in marcia per raggiungere Mottalciata: attraversano il torrente Cervo, risalgono verso la Baraggia e vanno a disporsi nelle due cascine – undici alla Mondovà e sei alla Caprera – dove consumano una frugale cena bevendo il vino adulterato.

 

“Nino”, “Livio” e “Dik”, attardatisi presso l’abitazione di quest’ultimo, raggiungono i compagni alla Caprera qualche ora dopo, trovandoli profondamente addormentati.

 

Rivardo è intanto tornato a Castelletto e, tramite la Carusso, ha avvisato i fascisti a Vercelli.

 

 

La 3ª Compagnia della “Tagliamento” lascia Curino intorno alle 2 di notte, raggiungendo l’obiettivo circa due ore dopo: «Alle ore 4,30 la 3ª Cp. attacca in località Mottalciata le cascine Mondova e Caprera nelle quali risultavano asserragliati elementi ribelli. Mentre nella prima cascina i banditi vengono catturati senza resistenza, i fuori legge rinchiusi nella cascina Caprera aprono il fuoco contro i Legionari. Nello scontro cade colpito al cuore il Mil. Siani Clemente. […] Anche 3 banditi cadono colpiti a morte dal fuoco preciso delle armi legionarie».

 

Alla Caprera sono Morecchio, Sereno e Vettorello – che non hanno bevuto il vino adulterato – a ingaggiare con i fascisti uno scontro a fuoco, che li vede però soccombere: Vettorello muore carbonizzato nel fienile incendiato dai traccianti.

 

I corpi di Morecchio e di Sereno, insieme a quello del milite Siani, vengono trasportati in paese su di un “cartùn”.

 

I diciassette prigionieri, ancora intontiti, sono condotti sulla piazza del Municipio per essere interrogati; vengono loro requisiti i portafogli e il poco denaro in essi contenuto.

 

Dopo diverse ore di estenuante attesa, sono condotti al cimitero di San Vincenzo, allineati lungo il muro di cinta e, intorno alle 13 e 30, fucilati alla schiena «come da autorizzazione del superiore Comando di Legione».

 

Inutili si sono rivelati i tentativi del parroco di Mottalciata, don Giovanni Rizzollo, e di quello di Cossato, don Flavio Bobbola, di convincere l’ufficiale comandante, Guido Alimonda, a risparmiare loro la vita.

 

Ad alcuni cadaveri i fascisti sottraggono anche gli scarponi – circostanza negata da Alimonda al processo ma confermata dalle fotografie scattate ai corpi.

 

 

La notizia di quanto accaduto a Mottalciata si diffonde rapidamente, suscitando sgomento e rabbia non solo tra familiari dei garibaldini assassinati; e anche l’identità dei responsabili non tarda ad essere svelata.

 

Silvio Rivardo, interrogato sull’accaduto dal padre di Mario Cangemi, tenta di difendersi balbettando che «si era detto che non dovevano ucciderli», ma verrà giustiziato dai partigiani il 16 giugno 1944.

 

Romeo Spaudo e la sorella Stefanina, accusati di «attività ai danni delle Formazioni» partigiane, saranno fucilati rispettivamente il 19 luglio e il 3 novembre 1944; stessa sorte subiranno il dott. Gianadda e Giovanna Carusso (28 giugno – 2 agosto).

 

Carlo Savoi sarà invece giustiziato il 23 aprile 1945.

 

 

Guido Alimonda, imputato nel processo che si tiene a Milano nell’estate del 1952, verrà condannato a una pena di cinque anni di carcere, ma due anni dopo il Tribunale Supremo di Roma ne ordinerà l’immediata scarcerazione.      

 

 

 

Galleria Fotografica

Le immagini provengono dagli archivi fotografici dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nel Biellese, nel Vercellese e in Valsesia e della Casa della Resistenza di Sala Biellese.