L'ECCIDIO DI MOTTALCIATA 17 MAGGIO 1944

(Versione rivista e ampliata dell'articolo publicato su La Nuova Provincia di Biella del 16.05.2012)

 

Il mese di maggio del 1944, che si era aperto con il violento conflitto a fuoco di Santa Maria di Curino, fu testimone di un altro duro colpo subito dalle formazioni partigiane operanti sul territorio biellese: il giorno 17 infatti una pattuglia garibaldina fu completamente annientata dai militi fascisti del 63° battaglione "M" (legione "Tagliamento") nei pressi di Mottalciata.

 

 

Dopo gli aspri scontri che avevano caratterizzato il periodo invernale, culminati nei disastrosi fatti di Rassa (12-13 marzo), l'unico distaccamento che ancora manteneva una solida struttura militare era il "Nino Bixio", operante nell'alta Valle Elvo e sulla Serra.

 

Il "Goffredi Mameli" e il "Giacomo Matteotti" si erano sfaldati sotto i colpi dei nazifascisti; il "Piave", gravemente menomato dalla perdita dell'intera catena di comando  (Ermanno Angiono "Pensiero", Piemonte Boni "Piero Maffei" e Edis Valle Dell'Acqua "Edis") proprio alla vigilia del massiccio rastrellamento del 20 febbraio 1944, aveva subito gravi perdite; nella stessa situazione versava anche il "Fratelli Bandiera", mentre il "Carlo Pisacane" di Francesco Moranino "Gemisto" era isolato, parte in Valsesia, parte sull'alpe Panin (sotto il monte Barone).

 

Il comando della 2ª Brigata Garibaldi "Biella" aveva quindi  deciso di riorganizzare i superstiti del "Piave" e del "Bandiera" in tre squadre, alle quali erano state assegnate altrettante zone operative: la prima, guidata da Isidoro Zanchi "Gaio", doveva occuparsi della Valle di Andorno; la seconda, affidata a Vincenzo Biscotti "Mitra", si sarebbe spostata nella parte orientale della bassa biellese; e infine la terza, al comando di Piero Camana "Primula", avrebbe operato nella pianura vercellese e del Biellese occidentale.

 

 

Intorno alla metà di maggio la squadra di Vincenzo Biscotti (peraltro assente e sostituito al comando da Mario Cangemi "Freccia"), reduce secondo il Diario storico della 2ª brigata Garibaldi Ermanno Angiono "Pensiero" da un’azione di sabotaggio, decise di spostarsi dalla zona di Masserano a quella di Castelletto Cervo.

 

La sera del 16 maggio i venti uomini che componevano la pattuglia entrarono nel territorio di Mottalciata, decisi a trascorrere la notte in un rifugio ritenuto sicuro, le cascine Mondovà e Caprera, immerse nella vegetazione della Baraggia che si protende verso Candelo.

 

 

Ricostruendo la vicenda, Bruno Pozzato ha scritto che a condurre i garibaldini in quella zona fu Silvio Rivardo, un tale «che era riuscito a guadagnarsi la [loro] fiducia […] proponendosi come guida e staffetta" e che si rivelò poi «essere, purtroppo, una spia legata ai servizi di informazione (UPI) della Legione "Tagliamento", di stanza a Vercelli, per mezzo dell’amante, una certa Gianna Caruzzo [Giovanna Carusso], allora impiegata presso il Municipio di Castelletto Cervo».

 

In realtà Silvio Rivardo godeva della fiducia dei garibaldini in quanto era egli stesso considerato un partigiano (nel dicembre del 1943 aveva partecipato, insieme a Ermanno Angiono e Imer Zona, all'assalto della caserma dei Carabinieri di Cossato e per questo era stato denunciato al Tribunale speciale per la difesa dello Stato).

 

Sulle motivazioni che indussero Rivardo a tradire i propri compagni possiamo solo avanzare delle ipotesi: forse non fu estranea alla sua decisione la taglia che pendeva sul capo dei partigiani, ma più verosimilmente potrebbe essere addivenuto con i fascisti ad un accordo che prevedeva la consegna dei "ribelli" in cambio dell'impunità per il grave reato di cui era accusato e la possibilità di rientrare nella vita civile.

 

 

Dalla documentazione esaminata emerge comunque con sufficiente chiarezza che gli uomini della "Tagliamento" (avvalendosi anche della collaborazione del cossatese Carlo Savoi, vice brigadiere della Gnr in forza al comando di Vercelli, il quale fece da tramite con Rivardo) prepararono una trappola ben congegnata, alla quale era del tutto impossibile sfuggire.

 

 

Nel pomeriggio del 16 maggio, due sottufficiali della 3ª compagnia del 63° Battaglione "M" si recarono in abiti civili a Mottalciata per raccogliere «utili informazioni sulla dislocazione e la forza di una banda che opera nella zona» ("Il diario del 63° battaglione M", 16 maggio 1944); uno di essi si presentò poi dal Vicario Foraneo don Antonino Bersano (esperto viticoltore) per ritirare alcuni fiaschi di vino, nei quali fu iniettato un narcotico e che furono poi portati nelle cascine scelte come rifugio dai partigiani.

 

Secondo la ricostruzione di Bruno Pozzato, prima di raggiungere le due abitazioni i garibaldini si intrattennero brevemente presso la canonica di don Versano, e lì bevvero il vino che era stato drogato (ovviamente all'insaputa del sacerdote).

 

 

Silvio Rivardo attese che i partigiani si sistemassero, poi tornò a Castelletto Cervo e da lì si mise in contatto con il comando della "Tagliamento", che agì prontamente: «Oggi alle ore due – recita il fonogramma n. 43 inviato dal comandante della 3ª compagnia, capitano Guido Alimonda, al comando della legione – la 3ª Compagnia è partita da Curino in automezzi per raggiungere la zona di Mottalciata ed effettuare l’azione contro la banda ivi dislocata, giusto ordini del superiore Comando di Legione».

 

I legionari del capitano Alimonda, giunti sul luogo prima dell’alba, circondarono la prima cascina (Mondovà).

 

L’effetto del narcotico permise loro di catturare senza colpo ferire gli undici garibaldini accampati all'interno:

«Non solo non poterono opporre alcuna resistenza – ha precisato Bruno Pozzato – ma, dopo averli disarmati e legati con le mani dietro la schiena, i fascisti dovettero prenderli a calci per svegliarli».

 

 

Alla cascina Caprera, dove si trovava il resto del gruppo, le cose andarono diversamente.

 

I partigiani Bruno Vettorello "Dic", Luigi Morecchio "Nino" e Elivio Sereno (i quali, essendosi intrattenuti presso la casa dello stesso Vettorello a Castelletto Cervo, avevano raggiunto i compagni qualche ora dopo e presumibilmente non avevano bevuto il vino drogato) si accorsero dell'arrivo dei fascisti e reagirono scaricando le proprie armi sugli assalitori: nello scontro a fuoco che seguì e che si protrasse per diversi minuti, i tre garibaldini che opponevano resistenza furono uccisi (non prima di aver colpito a morte il milite Clemente Siani), mentre gli altri sei, ancora intontiti, furono catturati.

 

L’azione è così descritta nel diario storico dell’unità fascista: «Alle ore 4,30 la 3ª Comp. attacca in località Mottalciata le cascine Mondova e Caprera, nelle quali risultavano asserragliati elementi ribelli. Mentre nella prima cascina i banditi vengono catturati senza resistenza, i fuori legge rinchiusi nella cascina Caprera aprono il fuoco contro i Legionari. Nello scontro cade colpito al cuore il Mil. Siani Clemente. Il suo ultimo grido è quello di W. l'Italia, W. il Duce: il grido glorioso di tutti i nostri Caduti che ci precedono nel cielo purissimo degli Eroi. Anche 3 banditi cadono colpiti a morte dal fuoco preciso delle armi legionarie».

 

Al di là dello scontato tono retorico sulla morte del milite fascista, si noti l’assenza di qualsiasi accenno al narcotico quale elemento determinante nella mancanza di reazione dei partigiani.

 

 

Dopo averli legati, i fascisti condussero i prigionieri sulla piazza del paese; trascorse alcune ore, durante le quali il parroco di Mottalciata don Rizzollo tentò inutilmenente di convincere il capitano Alimonda a risparmiare le loro vite, i diciassette garibaldini furono portati presso il cimitero di San Vincenzo, addossati ad uno dei muri di cinta laterali e intorno alle 13 e 30, «come da autorizzazione del superiore Comando di Legione», fucilati.

 

Caddero così:

 

Mario Cangemi "Freccia",

Rambaldo Bertotti "Psè-Psè",

Aldo Aglietti "Terribile",

Luciano Belli "Audace",

Francesco Buratto "Falco",

Renato Bianchetto "Drago",

Eraldo Bianchetto "Falco",

Mario Coletta "Volpe",

Silvio Colli "Andrasc",

Ugo Costa "Fiamma",

Bernardo Ferrari "Topolino",

Guido Finardi "Bergam",

Riccardo Grosso "Dinamite",

Vildo Melo "Saetta",

Ernesto Merlin "Merlo",

Giuseppe Mizon 

Luigi Montaruli (o Montarulo)

 

L’annientamento della squadra («Venti garibaldini, venti armi tanto preziose in quel periodo erano perdute», lamenta il diario della 2ª brigata) rappresentò un duro colpo non solo all’organico ma anche al morale delle formazioni partigiane presenti nel Biellese.

 

Alle difficoltà dei garibaldini si contrapponeva la soddisfazione dei fascisti, convinti di essere ad un passo dalla definitiva soluzione del problema del "ribellismo": «L'attività dei ribelli nelle note zone della Provincia – segnalava la Questura di Vercelli il 15 maggio 1944 – è diminuita d'intensità. Le operazioni di rastrellamento che continuano a svolgersi hanno condotto all'annientamento di nuclei ed alla cattura di banditi, alcuni dei quali, presi con le armi in pugno, sono stati fucilati immediatamente».

 

 

Nella tarda primavera del ’44, di fronte alla robusta offensiva nazifascista, parve quindi che la Resistenza biellese stesse vacillando pericolosamente e potesse addirittura crollare: con l’arrivo dell’estate, nel quadro generale della guerra si verificarono però dei notevoli mutamenti che ebbero conseguenze decisive anche sullo scenario biellese.

 

 

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FONTI

 

Quanto riportato nel presente articolo si basa sulla documentazione reperita dall'autore nel corso di una recente ricerca sui fatti di Mottalciata.

Il risultato di tale ricerca dovrebbe sfociare in una pubblicazione specificamente dedicata; non sono quindi indicate le fonti a fondo pagina.

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