LE REAZIONI NEL BIELLESE ALL'ANNUNCIO DELLA CADUTA DI MUSSOLINI 25 LUGLIO 1943

(Articolo pubblicato su La Nuova Provincia di Biella del 25.07.2012)

 

25 luglio 1943: il re Vittorio Emanuele III revoca a Benito Mussolini l'incarico di capo del governo italiano, sancendo così la fine del ventennale regime fascista.

 

Di seguito presentiamo una ricostruzione di come quell’evento fu vissuto a Biella; ci siamo avvalsi di documenti dell’epoca (conservati presso l’Archivio Centrale dello Stato e messi a disposizione dall’Istituto per la storia della Resistenza di Varallo Sesia), delle pagine de "il Biellese" (unico organo di informazione locale rimasto a Biella dopo la chiusura del bisettimanale fascista "Il Popolo Biellese") e delle testimonianze di due biellesi che vissero quei drammatici momenti con stati d’animo contrapposti: Rodolfo De Bernardi, capo redattore de "Il Popolo Biellese", e Benvenuto Santus, membro del comitato federale biellese del Partito comunista che operava in clandestinità.

 

L’annuncio delle dimissioni di Mussolini e dell’incarico di formare un nuovo governo affidato dal re al Maresciallo Pietro Badoglio fu trasmesso alla radio alle ore 22 e 45 del 25 luglio 1943.

 

A Biella non molti furono quelli che lo udirono: in quella calda domenica di fine luglio il termometro aveva raggiunto (e superato) i 32 gradi, inducendo la gran parte dei residenti in città a rifugiarsi sulle zone collinari e montuose circostanti, o lungo le rive del lago di Viverone, per trovare un po’ di sollievo all’afa opprimente.

 

Il rientro alle proprie case avvenne solo in tarda serata e così «la più parte dei cittadini – scrisse nel 1966 su "Eco di Biella" Rodolfo De Bernardi – se ne [andò] a letto senza ancor nulla conoscere di quanto era avvenuto a Roma, dopo la riunione del Grande Consiglio, e di quanto in proposito la radio aveva diffuso nel suo comunicato straordinario».

 

La notizia, «inattesa e sorprendente», non sfuggì però all’attenzione dei fascisti locali: «[…] un redattore de "il Popolo Biellese" Luigi Pralavorio – prosegue la testimonianza del giornalista biellese – aveva chiamato al telefono il redattore capo del giornale [lo stesso De Bernardi] per metterlo al corrente dell’accaduto. Seguirono subito alcune telefonate a Torino […] e, verso le 22 [l’ora indicata è chiaramente errata, dal momento che il comunicato radio fu diramato alle 22 e 45: è probabile che si trattasse delle ore 23], un convegno alla caserma dei Carabinieri, nell’ufficio del Capitano Crimi, presenti il Segretario del Fascio, dr. Lino Bubani, il vice segretario Carlo Borsano, il Commissario di P. S. dr. Marocco».

 

I dirigenti fascisti furono informati dell’esistenza di un piano di emergenza per la tutela dell’ordine pubblico, che sarebbe entrato in vigore durante la notte e della cui esecuzione era stato incaricato il colonnello Guido Maffei, comandante del presidio militare cittadino.

 

Durante la riunione intervenne telefonicamente il prefetto di Vercelli Giuseppe Murino, il quale invitò il segretario del fascio Bubani «a continuare nelle mansioni di tutti i giorni, senza, tuttavia, adottare iniziative personali per ciò che si riferiva all’annunciato cambio della guardia nel Governo d’Italia»; a proposito del giornale fascista "Il Popolo Biellese", la cui uscita era prevista per il giorno dopo, lunedì 26 luglio, il funzionario governativo consigliò di limitarsi alla pubblicazione dei comunicati ufficiali, astenendosi dall’aggiungere commenti («[…] non erano invece poste limitazioni di sorta alle cronache di sempre, a quelle sportive, di vita cittadina e delle vallate»).

 

Intorno alla mezzanotte il gruppo (trasferitosi alla Casa del Fascio, dove era stato raggiunto dal segretario amministrativo del partito, Cesare Lavioso) fu contattato, sempre telefonicamente, dal segretario federale di Vercelli, Chiarissimo Quaglio, il quale ribadì che «non era successo niente di straordinario: non più di un normale avvicendamento ad un incarico anche se di alta responsabilità», e invitò i fascisti biellesi a rimanere al loro posto «sereni e fiduciosi».

 

Fra i pochi biellesi che appresero delle dimissioni di Mussolini dalla radio ci fu il comunista Benvenuto Santus, il quale, essendo al corrente già da tempo dell’esistenza di trattative tra «alcuni elementi dell’antifascismo e gruppi legati alla Corona per far cadere il fascismo e salvare la monarchia», non fu totalmente sorpreso dall’annuncio: «[…] la notizia della seduta del Gran Consiglio e dell’arresto di Mussolini non giunse del tutto inattesa […] Comunque non per questo l’emozione fu meno grande, pareva una cosa impossibile. Non tutto sembrava spiegabile. Il comunicato era laconico. Festeggiammo la notizia con mia moglie, mio padre e mia cognata, che convivevano con noi, stappando una bottiglia di vecchia Spanna di Valdengo».

 

Rapidamente l’eco di ciò che era avvenuto a Roma si diffuse in tutta la città e alle prime luci dell’alba cominciarono a formarsi assembramenti di persone festanti per quello che ritenevano il preludio alla fine della guerra.    

 

La mattina di lunedì 26 luglio il segretario Bubani, recatosi come di consueto in ufficio con indosso la divisa d’ordinanza, trovò la strada prospiciente la Casa del Fascio (lo stabile attualmente occupato dall’Agenzia del Territorio in via Amendola) invasa dai manifestanti che tentavano di accedere ai locali interni: l’ingresso era però bloccato dai fanti del 53° reggimento, che intorno alle ore 2 della notte precedente erano stati inviati a presidiare l’edificio in applicazione della prima fase del piano di emergenza poco sopra ricordato.

 

Furono comunque gli stessi militari a provvedere all’abbattimento delle insegne fasciste (i fasci littori collocati sulla facciata dell’edificio) e a consentire che la folla si impadronisse di un ritratto di Vittorio Emanuele III che fu portato in corteo lungo le vie cittadine.

 

Santus, transitando nei pressi di Palazzo Oropa, vide «"defenestrare" un grosso busto di Mussolini che un marinaio aveva portato fuori dagli uffici del Municipio».

 

Relazionando al Capo della Polizia sugli avvenimenti del periodo 25 – 30 luglio, il prefetto Murino scrisse che a Biella «al suono delle sirene delle ore 10 gli operai di quasi tutti gli stabilimenti [erano] usciti dalle fabbriche per manifestare la loro simpatia al nuovo governo».

 

Poco prima di mezzogiorno un gruppo di antifascisti si recò presso la tipografia della Sateb al Vernato, dove si stampava il "Il Popolo Biellese", e bloccò l’uscita del giornale; il giorno dopo il prefetto informò il Ministero dell’Interno di aver inviato la forza pubblica a presidiare i locali, disponendo nel contempo la sospensione delle pubblicazioni a titolo precauzionale.

 

Nel corso della giornata rivolsero comizi alla popolazione diverse personalità antifasciste, tra cui l’ex sindaco socialista Virgilio Luisetti, che percorse poi le strade di Biella alla testa di un corteo su cui campeggiavano i ritratti di Giacomo Matteotti.

 

Alcuni manifestarono il proprio risentimento nei confronti del Regime bruciando gagliardetti e bandiere fasciste; altri cercarono invece di trarre profitto dalla situazione confusa che si era venuta a creare: «Il 25 luglio scorso in Biella – comunicò ancora il prefetto in un’informativa al Ministero dell’Interno datata 11 agosto – durante le dimostrazioni popolari verificatesi in occasione della caduta del governo fascista […] alcuni elementi […][invasero e derubarono] le abitazioni del Comm. Giuseppe Rivetti, del Comm. Serralunga, podestà di Biella, del dottor Bubani, ex segretario politico».

 

Manifestazioni popolari ebbero luogo anche nei paesi del circondario: negli stabilimenti industriali di Vallemosso gli operai decisero spontaneamente di astenersi dal lavoro; a Tollegno la folla invase la casa del fascio e il municipio «asportando i ritratti del Duce e le insegne del Littorio»; a Netro fu aggredito l’istruttore delle organizzazioni giovanili fasciste; ad Andorno il fiduciario del Fascio locale fu ferito ad una gamba con una coltellata.

 

Fatta eccezione per questo episodio, e per il lieve ferimento di quattro persone a seguito dello scoppio di una bomba a mano, gli atti di violenza furono limitati a qualche scazzottata.

 

Il prefetto Murino assicurò il Ministero dell’Interno che «appena pervenuta [la] notizia [del] cambiamento [di] Governo [erano] state da quest’ufficio impartite immediate precise disposizioni per [la] tutela [dell’] ordine pubblico che [erano] state seguite prontamente con perfetta concorde intesa da parte forze esercito carabinieri et polizia»; e il questore Rossi confermò che si era verificato «solo qualche incidente di poca entità et senza conseguenze verso persone ritenute ostili».

 

Nei giorni seguenti, con il ritorno al lavoro degli operai, la situazione tornò alla normalità: «Se in Biella città l’ordine è stato spontaneamente rispettato – scrisse con sollievo "il Biellese" – anche nelle vallate, dove anzi si è normalmente lavorato, la disciplina è stata mantenuta. La popolazione biellese ha dato ancora una volta la prova della sua maturità politica, che è fatta di amore al lavoro, all’ordine, alla Patria».

 

Svanita l’euforia iniziale, apparve sempre più evidente che l’avvio di una nuova fase politica, auspicato da molti dopo il cambio al vertice e la scomparsa dei simboli fascisti, mal si conciliava con le intenzioni del re e di Badoglio; e a rendere più fosco e incerto l’avvenire stavano anche le parole pronunciate dal nuovo capo del governo: «La guerra continua».

 

 

Galleria Fotografica

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