L'AVIOLANCIO DI BALTIGATI 26 DICEMBRE 1944

(Articolo pubblicato su La Nuova Provincia di Biella del 27.06.2012)

 

Uno dei maggiori problemi a cui le formazioni partigiane biellesi dovettero far fronte fin dai primi giorni della loro nascita fu quello relativo alla difficoltà di reperire l’armamento necessario a condurre una lotta efficace contro tedeschi e fascisti.

 

L’instaurazione di rapporti di sempre maggior collaborazione con i servizi segreti militari angloamericani (in particolare con il SOE inglese) permise di ottenere anche nel Biellese l’invio di rifornimenti tramite aviolanci: il più spettacolare, per organizzazione e per numero di velivoli impiegati, fu senza dubbio quello avvenuto il 26 dicembre 1944 nella zona di Baltigati, frazione di Soprana.

 

 

I primi nuclei partigiani biellesi tentarono di rimediare alla scarsità di armi e munizioni in due modi: da un lato, acquisendo l’armamento dei reparti militari che, rifugiatisi sulle zone collinari e montuose del Biellese dopo lo sbandamento dell’esercito, erano stati dispersi dai tedeschi negli ultimi giorni di ottobre 1943; dall’altro, procedendo al disarmo delle caserme dei carabinieri, i quali in genere non opposero resistenza.

 

La situazione alla fine di novembre appariva comunque critica: i sei distaccamenti garibaldini biellesi (che contavano complessivamente circa un centinaio di uomini) potevano disporre di una novantina di fucili e moschetti, quattordici pistole e più di mille bombe a mano; solo il distaccamento "Piave" possedeva una mitragliatrice pesante Breda e due mitragliatori.

 

Le difficoltà legate alla disparità di armamento rispetto agli avversari nazifascisti, emerse già durante gli scontri di dicembre, raggiunsero il culmine durante i mesi invernali: i duri colpi subiti misero in luce l’imprescindibile necessità di armamento pesante (mitragliatrici, fucili mitragliatori, mortai) e convinsero il comando della 2ª divisione Garibaldi ad allacciare contatti con il comando angloamericano al fine di ottenere i rifornimenti necessari.

 

 

Durante l’estate del ’44 le formazioni partigiane biellesi registrarono una rapida crescita, raggiungendo in poche settimane la cifra di 2000 effettivi, molti dei quali però disarmati o in possesso di sole armi individuali.

 

Gli Alleati, che pure si dissero disponibili ad effettuare lanci di materiale per ovviare a queste carenze, si trovarono di fronte ad una serie di problemi che mise a dura prova i rapporti tra le due parti.

 

Oltre alle difficoltà nell’allestimento e nella messa in sicurezza dei campi di lancio, i partigiani dimostrarono scarsa disciplina in occasione dei lanci (accadeva a volte che formazioni non direttamente interessate intervenissero facendo segnalazioni erronee allo scopo di impadronirsi del materiale, e questo malgrado il comando generale dei distaccamenti e brigate d’assalto Garibaldi inviasse di continuo precise istruzioni in merito).

 

A tutto ciò si aggiungeva anche la limitatezza degli invii (un foglio di istruzioni datato 28 giugno indica che solitamente un solo aereo, o al massimo due, era impiegato nelle missioni e che il quantitativo "normale" di materiale paracadutato constava di 15 recipienti e 24 pacchi).

 

Dalla fine di agosto frequenti furono poi i contrasti all’interno dello stesso schieramento resistenziale biellese, tra le formazioni della V divisione Garibaldi e i giellisti della brigata "Carlo Cattaneo", sull’assegnazione delle armi e del materiale paracadutato dagli angloamericani.

 

 

Per ovviare ad una situazione che diveniva ogni giorno sempre più insostenibile, fu inviata a metà novembre ’44 la missione inglese "Cherokee".

 

I compiti ad essa affidati erano fungere da collegamento diretto con il comando alleato, addestrare i partigiani al sabotaggio e provvedere all’organizzazione dei lanci, nonchè alla suddivisione e alla distribuzione del materiale inviato.

 

Comandante della missione, di cui facevano parte i capitani Patrick Amoore e Jim Bell (esperto di esplosivi) e il radio-operatore Tony Birch, era il maggiore inglese Alistair MacDonald.

 

 

Gli uomini della "Cherokee" si adoperarono per individuare una zona adatta all’allestimento di un campo di lancio che permettesse l’invio di un maggior quantitativo di materiale: «Facemmo alcuni tentativi non riusciti su un altipiano ricoperto di neve, circondato da alte montagne – ha ricordato anni dopo il maggiore MacDonald – abbastanza sicuro ma di troppo difficile approccio per gli aerei […] I partigiani proposero allora di utilizzare uno spazio pianeggiante che si estendeva nei pressi di Baltigati di Soprana: abbastanza elevato da proteggerne gli accessi ma ricoperto di boschi […] I partigiani presero contatto con le autorità municipali locali, che subito accettarono di annunciare un programma di Soccorso invernale per procurare senza spese legna da ardere in favore della popolazione […] e fecero appello ai "volontari" per il taglio degli alberi. Nel giro di due giorni quei "volontari" avevano completamente disboscato l’area di lancio prevista, senza far sorgere alcun sospetto fra le truppe nemiche».

 

La scelta di Baltigati arrivò dopo che due lanci di prova effettuati il 15 e il 16 dicembre sul Biellese occidentale, nella zona operativa della brigata giellista "Cattaneo", avevano avuto esito negativo (gran parte del materiale inviato era finito in mano fascista).

 

 

Individuata la zona, era necessario approntare e difendere il campo di lancio: i comandi partigiani stilarono un piano che prevedeva la partecipazione di tutti i reparti della XII divisione "Nedo" (nella cui area avrebbe avuto luogo l’operazione) e di una unità della V divisione “Piemonte” (la 2ª brigata "Pensiero") : «La 50ª brigata – ha scritto Claudio Dellavalle – avrebbe controllato la zona a sud delle colline, tra Roasio e Lessona, la 109ª avrebbe controllato la direttrice Cossato-Vallemosso e le strade interne fra Mezzana e Strona, mentre forze della V divisione avrebbero bloccato il transito fra Vallemosso, Vegliomosso e Mosso S. Maria; infine la 110ª avrebbe contrastato eventuali attacchi dalla val Sesia, presidiando la zona tra Crevacuore e Sostegno. Attorno a tutto il campo veniva così predisposta una cintura di sicurezza profonda diversi chilometri».

 

Furono inoltre formate delle squadre per il rapido recupero del materiale, preparati i mezzi di trasporto e allestiti i campi di raccolta.

 

 

L’aviolancio, confermato la mattina del 26 dicembre, fu effettuato da dodici quadrimotori Liberator, che iniziarono i loro passaggi un’ora prima del tramonto: «Il lancio – ha scritto ancora Dellavalle – si trasformò in uno spettacolo indimenticabile per tutta la popolazione del Biellese orientale, che si riversò nelle strade ad ammirare la pioggia degli ombrelloni multicolori […] Per due ore gli aerei passarono e ripassarono sulla zona, mentre invano le mitragliere del presidio [fascista] di Lessona sparavano verso il cielo».

 

I partigiani recuperarono 165 fucili mitragliatori Bren, 80 lanciagranate PIAT, 85 mortai da 50mm, 505 mitra Sten, 420 fucili mod. 91, 145 carabine Winchester, 5.725 bombe a mano, cospicue riserve di munizioni, di esplosivo, di indumenti invernali e di viveri in scatola.

 

Anche in questa occasione si presentarono i soliti problemi relativi alla suddivisione del materiale paracadutato: rivolgendosi al comando della XII divisione, il comando del raggruppamento garibaldino biellese denunciò infatti la mancanza «di più di cento paracaduti e cioè quasi la metà», lamentando che simili «fatti dispiacevoli [potevano] intaccare quella che [era] la serietà delle nostre formazioni [e] l’onestà stessa dei componenti» (pare comunque che la sottrazione dei contenitori fosse da addebitarsi ad una unità appartenente alle formazioni partigiane valsesiane di Cino Moscatelli).

 

 

L’aviolancio del 26 dicembre, al di là di questi inconvenienti, fu comunque decisivo per risolvere in maniera duratura il problema dell’armamento delle formazioni partigiane biellesi, che dopo un periodo di inattività prolungata ripresero le azioni di guerriglia; lo stesso maggiore MacDonald, comandante della missione "Cherokee", non esitò a definire quello di Baltigati «il più importante lancio della Soe in Italia».

 

 

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Le fotografie sono state gentilmente messe a disposizione dall'Archivio fotografico Luciano Giachetti - Fotocronisti Baita, Vercelli

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