LA FUCILAZIONE DI PIAZZA SAN CASSIANO

 

La rappresaglia tedesca del 22 dicembre fu provocata dalla morte di tre militari: esistono differenti versioni al riguardo di queste uccisioni, alcune addirittura in contrasto tra loro, e anche i documenti relativi a quei giorni non contribuiscono a rendere più chiaro il quadro della situazione.

 

 

Partiamo dal fatto che appare più certo, l’uccisione di due tedeschi da parte dei partigiani del distaccamento "Bandiera" nei pressi del bivio di Tollegno.

 

Il telegramma inviato la sera del 21 dicembre da Morsero al Ministero dell’Interno parla genericamente di due soldati tedeschi uccisi e di due ufficiali (uno germanico e l’altro italiano, e cioè il comandante dei carabinieri di Biella cap. Bianco) prelevati dai ribelli.

 

Più particolareggiata è la ricostruzione fatta da Anello Poma e Gianni Perona, in cui si dice che una macchina con a bordo il capitano dei carabinieri (erroneamente identificato come il capitano Crimi) e tre tedeschi, un ufficiale e due graduati, si era recata presso il bivio di Tollegno, dove era stata costretta a fermarsi dall’intervento dei partigiani del "Bandiera": l’ufficiale e un graduato erano stati uccisi, mentre l’altro sottufficiale e il capitano dei carabinieri erano stati disarmati e poi rilasciati.

 

Anche Luigi Moranino, all’epoca partigiano del "Bandiera", ha confermato la versione di Poma e Perona per quanto riguarda i morti tedeschi di Tollegno (un ufficiale e un graduato).

 

 

Diversa è la situazione per quanto riguarda la dinamica dell’uccisione del terzo militare tedesco avvenuta a Biella.

  

Poma e Perona hanno scritto che «in uno scontro a fuoco, un soldato tedesco fu ucciso e disarmato da uno sconosciuto».

 

Con questa versione dissente però Moranino il quale sostiene che il militare fu trovato morto nel corridoio di una casa di via Umberto (l’attuale via Italia) dopo essere stato ferito sulla salita di Riva da una raffica di mitra sparata da una pattuglia del distaccamento.

 

Nel 2008 l’imprenditore biellese Giuseppe Alvigini, che all’epoca prestava servizio presso l’Ufficio Centrale Militare Laniero ai Lanifici Rivetti, ha contestato questa versione dei fatti, affermando di essere stato, con l’amico Beppe Cartoni, testimone oculare dell’accaduto: «Era il 21 dicembre 1943 […] stavamo risalendo la via Umberto quando, usciti dall’ultimo tratto di portico in rione Riva, sentimmo ben netto uno sparo ed assistemmo ad un atroce spettacolo: un civile, dopo aver fatto fuoco sul militare, stava fuggendo in bicicletta. Il tedesco era a terra colpito alla schiena: fulminato […] Poco dopo arrivò sul posto una pattuglia di militari dell’Hotel Principe (sede del Comando di occupazione tedesco) e ad altissima voce sentimmo gridare "cento di Biella dovranno morire!"».

 

Un’ulteriore ricostruzione (ricca di particolari) dei fatti di Riva è quella proposta da Bruno Pozzato nel suo libro "Resistenza": «[…] una pattuglia di ribelli si scontrò con alcuni ufficiali tedeschi al bivio tra la discesa di Riva e la salita di san Giuseppe, poco oltre la chiesa sconsacrata di san Rocco. Lo scontro, per la verità, fu breve: i tre ufficiali usciti dalla Birreria Menabrea [che in quegli anni si trovava sulla salita di Riva] scapparono verso il centro di Riva inseguiti dalle raffiche di mitra dei partigiani. Questi ultimi si spinsero fino all’altezza della latteria Cena in via Marocchetti, di fronte alla giornalaia Berrone, e poi tornarono indietro eclissandosi rapidamente dalle parti di Tollegno. Uno dei tedeschi, gravemente ferito, abbandonata la pistola, riuscì a trascinarsi fin sulla piazza di San Cassiano, dove, appoggiato al muro poco distante dal "marmista" Perino, scivolò sull’acciottolato e morì invocando inutilmente aiuto».

 

 

Indipendentemente da chi ne fosse stato l’autore, l’uccisione di militari germanici, avvenuta in una città che fino a quel momento non aveva presentato particolari problemi dal punto di vista dell’ordine pubblico, scatenò la reazione tedesca.

 

 

I soldati accorsi in Riva costrinsero il giornalaio di Porta Torino, Domenico Pozzato (padre di Bruno) a trasportare su di un carretto tirato a mano il cadavere del loro camerata fino all’Hotel Principe di Piemonte di via XX settembre, sede del comando tedesco; il nervosismo era alle stelle, anche perché correva voce che la città fosse in procinto di essere attaccata dai partigiani.

 

 

La mattina dopo, ristabilitasi la calma, i tedeschi misero in atto la rappresaglia, fucilando sette ostaggi in piazza San Cassiano.

 

Bruno Pozzato ricorda così quel giorno: «Il 22 dicembre 1943, ossia il giorno dopo la morte dell’ufficiale nazista, la mattinata venne scossa da una prolungata sventagliata di fucileria, proveniente da Piazza San Cassiano. L’intero quartiere sussultò dentro le case, ma nessuno osò uscire. Tra la chiesa e l’albergo del Gallo Antico erano stati fucilati sette ostaggi, poi lasciati per alcune ore ammucchiati gli uni sugli altri come "ammonimento alla popolazione" […] Vidi quei corpi straziati dai proiettili … i volti ormai immobilizzati dalla morte! Povere "cose" lì abbattute dalla furia teutonica in un freddo giorno di dicembre. Sentivo, tra la gente, piangente e inorridita, solo bisbigli, singhiozzi, forse preghiere recitate in fretta, furtivamente».

 

Le sei vittime furono Carlo Gardino, commesso, di 51 anni, Norberto Minarolo, agricoltore, di 49 anni, Aurelio Mosca, lattoniere, di 23 anni, Pierino Mosca, cardatore, di 51 anni, Francesco Sassone, manovale, di 55 anni e il partigiano Basilio Bianco, di 19 anni, da Grimaldi (Cosenza).

 

Il settimo fucilato, il partigiano Alfredo Baraldo, riuscì a sfuggire alla morte: ecco la sua incredibile storia.

 

 

Nel novembre del 1943 il diciottenne Baraldo, originario di Vercelli, era entrato a far parte del distaccamento partigiano "Goffredo Mameli", operante nella valle di Andorno.

 

Catturato dai tedeschi insieme a Basilio Bianchi il 21 dicembre 1943 dopo uno scontro a fuoco nei pressi di Pavignano, era stato condotto all’Albergo Principe di Piemonte di via XX settembre, sede del comando germanico, e sottoposto a un lungo interrogatorio che si era protratto per quasi tutta la notte.

 

Durante l’interrogatorio i due partigiani erano stati picchiati e torturati ma non avevano ceduto, rifiutandosi di fornire ai tedeschi qualsiasi informazione sul distaccamento di appartenenza: erano stati di conseguenza condannati a morte per fucilazione.

 

 

La mattina del 22 dicembre i due giovani combattenti, insieme a cinque civili trattenuti come ostaggi dal giorno prima, furono condotti in piazza San Cassiano per essere fucilati; arrivati sul luogo dell’esecuzione, i sette furono fatti allineare vicino alla fontanella presente sulla piazza.

 

L’ufficiale tedesco al comando impartì gli ordini: «Caricate! Puntate!....Fuoco!».

 

Nella testimonianza di Baraldo, raccolta da Cesarina Bracco, staffetta partigiana della 75ª brigata, c’è tutta la drammaticità di quei momenti: «La scarica uscita dalle armi aveva riempito la piazza ripercuotendosi su tutta la città e salendo poi, come un rombo minaccioso verso le vallate biellesi, poi ancora più su, fino all'ultima casa, portato dalla gente […] Sette corpi giacevano a terra, uno accanto all'altro, nell'agonia della morte. "Evaso" sentiva un forte dolore al fianco e un forte senso di nausea lo invase, poi sentì le urla della gente, costretta ad assistere all'esecuzione, le grida del capitano e dei suoi camerati. Nella sua mente, in quell'istante, passarono domande angosciose unite ad un senso di incredulità. Istintivamente provò a muovere le dita della mano e vi riuscì, aprì leggermente un occhio e vide il capitano tedesco avvicinarsi con la pistola in pugno per dare il colpo di grazia alle vittime. Capì in quel terribile momento di essere vivo e di dover morire un'altra volta; rimase immobile in attesa del secondo supplizio, sentì i passi avvicinarsi sempre più e poi la presenza del tedesco accanto a lui. In quell'istante il suo compagno ebbe un fremito, si mosse: il tedesco scaricò la pistola su di lui poi proseguì verso gli altri, dimenticando Evaso, il primo della fila. Il massacro era compiuto».

 

Sul posto rimasero tre soldati tedeschi, mentre i familiari delle vittime si avvicinarono ai corpi stesi sul selciato della piazza; una donna, accortasi che il giovane partigiano respirava ancora, cercò nasconderlo alla vista dei tedeschi coprendogli il viso con una sciarpa.

 

Baraldo, pur ferito gravemente al fianco, riuscì ad alzarsi e a correre verso il cortile dell’albergo del Gallo Antico, inseguito da uno dei soldati tedeschi rimasti sulla piazza: «Entrò nel cortile e si infilò per le scale cercando di aprire le porte chiuse dalle persone spaventate: l'unica porta che trovò aperta era quella di un gabinetto e vi si rifugiò, ansante, appoggiandosi al muro per riprendere fiato. Avvertì solo in quel momento il sangue che colava copioso dalla ferita nel fianco, ma non ebbe il tempo di pensare. I passi inconfondibili del tedesco che lo inseguiva si fecero sentire per le scale, poi vide la maniglia della porta abbassarsi. Fu un momento terribile, trattenne il fiato per controllare il fremito convulso che lo invadeva e con voce calma, disse: "Occupato". Il tedesco, forse convinto dal tono della voce, si allontanò dirigendosi verso altre porte. "Evaso" cercò disperatamente una via d'uscita: non poteva rimanere chiuso in quella trappola, voleva dire fare la fine del topo. Il tedesco, non trovando nessuno nelle camere, si sarebbe insospettito e allora, per lui, sarebbe stata finita. L'aveva scampata due volte, doveva farcela anche la terza. Lentamente aprì la porta, con l'orecchio teso ad ogni rumore sospetto, poi vi si appiattì dietro cercando di occupare meno spazio possibile. Forse la semplicità di tutto questo convinse il tedesco che, al ritorno, nel vedere la porta aperta, proseguì le sue ricerche in altri posti, non immaginando che chi stava cercando era lì, a due passi da lui. Il tempo passò lentamente: i minuti come ore, le ore come eternità; in quegli attimi era certo di vivere tutta una vita».

 

Stremato, il giovane partigiano decise di abbandonare il suo nascondiglio e, sorretto dal padrone dell’albergo che aveva incrociato scendendo le scale, si rifugiò nella vicina chiesa di San Cassiano; il parroco don Tricerri, dopo avergli medicato la ferita, lo invitò ad andarsene per evitare ulteriori rappresaglie contro il quartiere e contro la chiesa.

 

 

Baraldo riuscì fortunosamente ad arrivare alla stazione ferroviaria di Chiavazza e a recarsi ad Arborio: da lì, con l’aiuto di alcuni amici, raggiunse i suoi familiari a Vercelli.

 

Rimessosi dalla ferita, dopo una quarantina di giorni decise di rientrare tra le fila partigiane, cambiando il suo nome di battaglia, "Ciccio", in "Evaso": evaso dalla morte.