IL RITORNO DI PADRE GIOVANNI BREVI DALLA PRIGIONIA IN URSS (GENNAIO 1954)

(Articolo pubblicato su La Nuova Provincia di Biella del 19.10.2013)

 

Nell’estate del 1942 prese il via l’offensiva tedesca nel settore meridionale del fronte russo, avente come direttrici d’attacco la città di Stalingrado e i pozzi petroliferi del Caucaso.

 

Di fronte all’irresistibile avanzata germanica Mussolini (che già l’anno precedente aveva schierato in Unione Sovietica il C.S.I.R., Corpo di Spedizione Italiano in Russia, forte di 60.000 uomini) decise di accrescere ulteriormente la presenza italiana disponendo l’invio di un’intera armata (l’Ottava, denominata ARM.I.R.).

 

 

Tra i reparti comandati a partire c’era anche la divisione "Julia", facente parte del Corpo d’Armata Alpino insieme alle divisioni "Tridentina" e "Cuneense".

 

Il 9° reggimento della "Julia" lasciò l’Italia il 15 agosto 1942, diretto verso le steppe del Don: tra gli alpini del battaglione "Val Cismon" c’era anche padre Giovanni Brevi, cappellano militare di origini bergamasche (ma biellese d’adozione, essendosi trasferito giovanissimo con la famiglia a Ronco Biellese) aggregato al reparto dal gennaio 1941.

 

 

I sovietici lanciarono nel dicembre ’42 una violenta controffensiva contro le truppe italiane schierate nel settore del Don, costringendole a ritirarsi attraverso la steppa gelata in condizioni climatiche proibitive.

 

Il Corpo d’Armata Alpino, schierato più a nord, riuscì a resistere fino alla metà di gennaio del 1943; per sottrarsi all’accerchiamento dei russi, dovette però anch’esso intraprendere un faticoso ripiegamento che culminò nella battaglia di Nikolajewka.

 

Il 9° reggimento, impegnato in duri scontri con soverchianti forze sovietiche, fu costretto ad arrendersi il 21 gennaio nei pressi del villaggio di Popowka; per padre Brevi e i suoi commilitoni incominciò quindi un lungo periodo di detenzione, destinato a terminare solo nel gennaio 1954.

 

Si trattò di un’esperienza durissima, che il sacerdote seppe affrontare con grande forza d’animo e fede incrollabile (determinante si rivelò l’esperienza acquisita durante la permanenza in Africa come missionario), resistendo agli insidiosi tentativi di indottrinamento ideologico volti a far rinnegare gli ideali patri e la fede religiosa.

 

 

Inizialmente inviato al campo n. 188 di Tambow, padre Brevi fu in seguito trasferito a Oranki.

 

Trattandosi di un elemento particolarmente ostico, irriducibile alla propaganda, nel gennaio del 1945 fu destinato insieme ad un piccolo gruppo di ufficiali al campo n. 171, nella Repubblica dei Mari, riservato a coloro che erano considerati "nemici del comunismo"; malgrado le durissime condizioni di vita, il cappellano della "Julia" e il gruppo di ufficiali con il quale condivideva la prigionia non cedettero alle pressioni sovietiche e furono in grado di mantenere la propria dignità e le proprie convinzioni.

 

Nel corso del 1946 ci furono altri due trasferimenti, a Wolsch e a Kiev.  

 

 

I primi segni di apertura avvennero nel 1951: a padre Brevi (e ai pochi prigionieri italiani ancora detenuti in Unione Sovietica) fu consentito di ricevere dall’Italia denaro, lettere e pacchi contenenti vestiario, viveri e medicinali.

 

Con la morte di Stalin (1953) la possibilità di far rientro in patria si fece più concreta; tuttavia le vicende politiche intercorse in U.R.S.S. in quel periodo e alcuni intoppi burocratici ritardarono la partenza.

 

 

La conferma dell’imminente liberazione di padre Brevi arrivò alla fine del 1953: «Dalle ore 20,30 di giovedì 31 dicembre – annunciò "Eco di Biella" (4.01.1954) – in una piccola casetta posta all’ingresso del paese una famiglia sta trascorrendo le ore in una insopportabile attesa. Poco prima la voce dell’annunciatore, durante la trasmissione radio, aveva scandito cinque nomi, uno dei quali aveva fatto sussultare i membri della famiglia Brevi, radunati intorno al desco per la cena: cinque nomi di prigionieri italiani in Russia, il cui rimpatrio è stato deciso quasi inaspettatamente dalle autorità sovietiche. Uno di questi è appunto il cappellano militare don Giovanni Brevi […]».  

 

Il convoglio con a bordo padre Brevi lasciò Kiev domenica 10 gennaio 1954, giungendo a Tarvisio cinque giorni dopo.

 

Costretto a pernottare a Milano a causa della fitta nebbia, il tenace cappellano alpino, accompagnato dai fratelli Giuseppe e Mario e dalla sorella Maria, arrivò a Biella nella fredda mattina di sabato 16 gennaio.

 

 

La prima tappa fu a Chiavazza, dove ad attenderlo, oltre a una «gran folla con gli occhi umidi di pianto», c’erano il sindaco di Biella Blotto Baldo, mons. Botta, il rettore del Seminario can. Maffeo, i rappresentanti delle forze dell’ordine, i membri della sezione combattenti e reduci, del gruppo rionale Alpini, il sindaco di Ronco e altre personalità: «Davanti al monumento ai Caduti […] l’eroico cappellano scattò sull’attenti, portando la mano alla visiera del berretto in un saluto rivolto soprattutto a chi aveva lasciato laggiù, in quella terra sconfinata, per sempre» ("Eco di Biella", 18.01.1954).

 

 

Padre Brevi proseguì poi per Ronco, ansioso di ricongiungersi con l’anziano padre Pasquale: «Alle 10,50 tutta Ronco lanciava il suo grido di esultanza. Padre Brevi fra il suono a festa delle campane, fra gli evviva, i pianti, i singhiozzi, districatosi dalla gente, corse ad abbracciare il vecchio padre che l’attendeva sulla soglia del cancello di casa. Il patetico incontro fra il padre settantottenne e il figlio tornato da lontano ebbe il valore di tutta una esistenza. Con commovente tenerezza il padre s’abbandonò al figlio, il figlio al padre. E piangeva il vegliardo, bagnando di lacrime la fitta barba nera del figlio, e questi singhiozzava, sorrideva, soffriva, gioiva» ("il Biellese", 19.01.1954).

 

Trascorse poi la mattinata intrattenendosi con i parenti e gli amici che affollavano la casa, bramosi di conoscere qualche dettaglio in più sulla lunga prigionia, e nel pomeriggio si recò presso il cimitero di Vigliano a far visita alla tomba della madre, mancata nel 1943 poco tempo dopo aver ricevuto la notizia che il figlio era disperso in Russia.

 

 

Nelle settimane successive il Biellese tributò a padre Brevi "onori ufficiali".

 

Domenica 24 gennaio si radunarono a Ronco le più importanti autorità del territorio (tra cui il presidente del consiglio dimissionario Giuseppe Pella, le medaglie d’oro generale Pascolini e don Franzoni, il vescovo di Biella mons. Carlo Rossi).

 

Il cappellano della "Julia" partecipò alla cerimonia in suo onore presso il municipio, quindi officiò la messa nella chiesa parrocchiale alla presenza delle tre sorelle «che – precisò "Eco di Biella" – si sono dedicate alla vita monastica (mancava solo una quarta sorella, pure suora, attualmente missionaria nella lontana Malesia)».

 

 

Una settimana dopo (31 gennaio) spettò a Biella l’onore di celebrare il ritorno dell’eroico sacerdote.

 

Nella sala consiliare di Palazzo Oropa il sindaco Blotto Baldo esaltò attraverso un breve ma efficace discorso la figura di padre Brevi, il quale rispose «invitando i presenti ad elevare il loro pensiero a coloro che caddero per il più puro degli ideali […]».

 

Nel corso della messa celebrata in Duomo, il cappellano reduce dalla Russia esortò i fedeli a rivolgere le loro preghiere a coloro che ancora erano trattenuti prigionieri sul suolo sovietico (a tal proposito narrò anche un significativo episodio avvenuto durante la sua prigionia); terminata la sacra funzione si formò un corteo, alla cui testa si posero padre Brevi e il sindaco Blotto Baldo, che attraversò via Italia per raggiungere il monumento ai Caduti dei Giardini Zumaglini, di fronte al quale fu posta una corona di alloro.

 

Le celebrazioni si conclusero con il ricevimento allestito nel salone del Vescovado.

 

 

Padre Brevi si prodigò in seguito per aiutare i familiari dei dispersi in Russia, fornendo quando possibile informazioni e attivandosi per condurre ricerche più approfondite.

 

Nel 1955 diede alle stampe le sue memorie sulla prigionia, pubblicando il testo "Russia, 1942 – 1953", edito da Garzanti.

 

(Leggi anche Sacerdote, missionario e cappellano, militare)

 

 

Galleria Fotografica

Le fotografie provengono dall'archivio Lino Cremon, di proprietà della Fondazione Cassa di Risparmio di Biella

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FONTI

 

  • Foglio matricolare di Brevi Gio Pietro, Archivio di Stato di Bergamo, fondo Distretto Militare di Bergamo
  • Brevi Giovanni, Ricordi di prigionia: Russia 1942-1954, EDB, Bologna 2013
  • Chiaraviglio Lorenzo, "Russia" del padre Giovanni Brevi, in Rivista Biellese, n.5, sett/ott 1955
  • Ferioli Alessandro, Un cappellano ribelle nei lager di Stalin: padre Giovanni Brevi, in Rivista della G.d.F. n.5, 2004
  • Eco di Biella, bisettimanale indipendente
  • il Biellese, bisettimanale cattolico